La Decima Sinfonia

La Prima alla Scala: La forza del destino di Giuseppe Verdi

La Prima alla Scala: un rituale artistico che ogni anno viene seguito da milioni di persone in tutto il mondo. Ad inaugurare la nuova stagione operistica del teatro meneghino, il prossimo 7 dicembre, sarà La forza del destino di Giuseppe Verdi. La Prima verrà trasmessa in mondovisione e potremo seguirla in diretta televisiva su Rai1 a partire dalle 17:45. Sarà possibile inoltre fruire l’opera su RaiRadio3, Rai1 HD e RaiPlay, dove resterà disponibile in streaming per i quindici giorni successivi all’esecuzione.

Poster per La forza del destino, realizzato da Alexandre Charles Lecocq

Verdi a San Pietroburgo:

Dopo Un ballo in maschera del 1858, Verdi, ormai ricco proprietario terriero, si ritirò nella villa di Sant’Agata, trascorrendo quasi due anni senza dedicarsi alla composizione: si tratta del maggiore iato nella produzione artistica dell’emiliano fino a quel momento. Tra gli impegni politici relativi all’Unità d’Italia, che lo videro deputato del primo parlamento italiano a Torino, e quelli agricoli della sua tenuta, il musicista andava dicendo agli amici che non avrebbe più fatto il compositore. «Spero di aver dato un addio alle muse e desidero non mi venga la tentazione di prendere la penna di nuovo», scrisse nel ‘59 al librettista Francesco Maria Piave. Nel dicembre del 1860, però, a Verdi fu proposto l’incarico per un’opera1 da far rappresentare a San Pietroburgo. Per il nuovo dramma da mettere in musica, l’autore si rivolse, dopo una querelle con il Teatro Imperiale della città, a Don Alvaro o La fuerza del sino di Don Ángel de Saavedra, duca di Rivas. Il progetto originale del compositore, infatti, era quello di musicare il Ruy Blas di Victor Hugo, soggetto che però non piacque alla direzione del teatro, anche e soprattutto per motivi di censura. L’italiano, però, si disse indisposto a musicare un qualsiasi altro dramma e quando i russi fecero dietrofront, accettando la tragedia victorhughiana, fu lo stesso Verdi a cambiare idea, preferendo il soggetto del drammaturgo spagnolo, risalente al 1835.

Il Teatro Imperiale Mariinskij di San Pietroburgo, dove fu rappresentata per la prima volta La forza del destino nel 1862

Il contratto con il teatro russo fu firmato nel giugno del ‘61 e, subito dopo, il compositore affidò la realizzazione del libretto2 all’amico Piave. Le prime note furono quindi scritte nel mese di agosto e l’opera fu sostanzialmente già terminata nel mese di novembre, eccetto per l’orchestrazione. La prima rappresentazione si tenne nel 1862 nell’allora capitale russa, con un entusiasmo di pubblico discreto, ma non certo straordinario. Lo stesso Verdi non era pienamente soddisfatto e già nell’anno seguente iniziò a pensare a modifiche e rifacimenti, soprattutto in merito a terzo e quarto atto. Nella rappresentazione del 1869 al Teatro alla Scala, infatti, andò in scena un’opera completamente revisionata. Sarà questa versione, che in quell’anno riscosse un vero e proprio successo, ad aprire la stagione del teatro milanese il prossimo Sant’Ambrogio.

Giuseppe Verdi in Russia, nel 1862

Sinossi dell’opera:

La vicenda si svolge verso la metà del XVIII secolo. Nella casa dei marchesi di Calatrava, a Siviglia, Leonora, figlia del marchese, si strugge per l’amore che prova per Don Alvaro: un giovane di nobili origini, ma di sangue misto. Pur volendo bene anche al padre, ella mette da parte la sua indecisione e sceglie di allontanarsi con il suo amato. Tutto è pronto per la fuga, ma all’improvviso il marchese di Calatrava irrompe armato nella stanza. La figlia si getta ai suoi piedi e Alvaro, proclamando l’innocenza della ragazza, si assume tutte le responsabilità e offre perfino la sua vita. In segno di resa, egli lascia cadere la pistola, ma questa, urtando il suolo, esplode un colpo che ferisce mortalmente il marchese. Alvaro, sgomentato e impotente, non può far altro che trascinare con sé Leonora, maledetta dal padre prima di esalare l’ultimo respiro. Il secondo atto si svolge diciotto mesi dopo l’accaduto. Don Carlos di Vargas, sulle tracce della sorella Leonora e di Alvaro, è giunto all’osteria del villaggio di Hornachuelos, travestito da studente. Fingendosi semplicemente incuriosito, egli interroga Mastro Trabucco, il mulattiere, in merito alla persona che quest’ultimo accompagna in viaggio. Mentre Leonora, accortasi della presenza del fratello, si nasconde, fa la sua comparsa sulla scena Preziosilla: una zingara che incita i presenti a lasciare le miserie del villaggio per cercare fortuna in Italia, nella guerra contro i tedeschi. L’interrogazione da parte di Don Carlos viene interrotta anche dall’arrivo di un gruppo di pellegrini diretti al giubileo, per poi riprendere subito dopo. Trabucco, però, si stanca delle domande e preferisce andare a dormire con le sue mule, sicuramente meno noiose del baccelliere. Ora è Carlos che viene invitato dagli astanti a dare spiegazioni sulla sua identità. Egli, mentendo, afferma di chiamarsi Pereda e di essere un amico di Don Carlos. Tutti gli credono tranne Preziosilla, ma ormai è troppo tardi e la notte sopraggiunge. Il giorno seguente, Leonora giunge stremata davanti al convento della Madonna degli Angeli e le sovvengono alla mente le parole che il fratello ha pronunciato la sera prima alla locanda. In particolare, ella pensa al suo amato, dal quale si è dovuta separare durante la fuga e che, secondo la storia raccontata da Carlos il giorno prima, avrebbe fatto ritorno nella sua terra natia, in Sud America. Dopo aver implorato il perdono divino, Leonora bussa ai frati, chiedendo ospitalità per potersi rifugiare lì vicino in un eremo completamente isolato. Dopo un momento di indecisione, il Padre Guardiano acconsente e la grande porta della chiesa del monastero si apre, accogliendo la fanciulla.

Figurini per La forza del destino, risalenti al 1890 circa. A sinistra Don Carlos, in centro Leonora e a destra Don Alvaro

Anche tra secondo e terzo atto c’è uno stacco temporale e geografico: sono passati alcuni anni e la vicenda si sposta ora in Italia, nei pressi di Velletri (vicino a Roma). In un bosco, nel cuore della notte, Don Alvaro, capitano dei granatieri spagnoli stanziati in Italia per la guerra ai tedeschi, ripensa all’amata, che egli crede morta, chiedendole di guardarlo dall’alto. Grida di aiuto lo inducono ad accorrere in salvo di un malcapitato, il quale altri non è che Don Carlos. Quest’ultimo manifesta subito la sua riconoscenza e i due si presentano entrambi sotto mentite spoglie, promettendosi eterna amicizia. Il loro dialogo, però, è interrotto da un nuovo allarme indicante l’inizio di una battaglia. La mattina seguente, nell’abitazione di un ufficiale spagnolo, si commenta la vittoria. Don Alvaro, però, è stato gravemente ferito e Don Carlos, al suo capezzale, gli promette l’ordine di Calatrava come ricompensa al valore. Nel sentir pronunciare questo nome, l’indio ha un sussulto e, dopo essere rimasto solo con l’amico, gli affida una valigetta con al suo interno tutte le cose a lui più care, tra cui alcune lettere che Carlos avrebbe dovuto distruggere in caso egli fosse venuto a mancare. Non volendo venir meno alla promessa, ma sospettando la vera identità del compagno d’armi, il giovane nobile apre la valigetta e scopre un ritratto di sua sorella. Il sentimento di amicizia si tramuta ben presto in desiderio di vendetta e, alla notizia del chirurgo che Alvaro vivrà, egli esulta perché potrà finalmente riscattare l’onore della famiglia. Carlos, infatti, sfida l’assassino di suo padre a duello non appena questo si è rimesso. Dapprima Alvaro rifiuta, proclamandosi innocente, poi, appreso che Leonora è ancora in vita, chiede al rivale di concedere ai due giovani di sposarsi. Carlos, tuttavia, è irremovibile: egli cercherà la sorella, ma con il solo scopo di punirla. I due iniziano quindi a duellare, ma vengono bruscamente divisi da una ronda. Mentre Carlos viene trascinato via, Alvaro promette di vivere in un chiostro per il resto della sua vita. A chiudere l’atto è una scena di massa3 dal carattere militaresco e popolare che ritrae la quotidianità dell’accampamento. Il quarto atto è ambientato nuovamente nella penisola iberica, più precisamente nel convento della Madonna degli Angeli, dove Alvaro ha preso i voti e vive da ormai cinque anni con il nome di Raffaele, ignorando che in un eremo lì vicino vive l’amata. Fra Melitone distribuisce la minestra ai poveri del paese, bofonchiando come al suo solito e venendo rimproverato per questo dal Padre Guardiano. Il discorso tra i due viene interrotto da un sonoro scampanellio che annuncia l’arrivo di un cavaliere, Don Carlos, in cerca di padre Raffaele. Ancora una volta, quest’ultimo viene sfidato a duello e, dopo continue provocazioni, cede all’ira, affrontando l’avversario in una valle all’esterno del convento. L’indio colpisce a morte il nemico e dopodiché sopraggiunge all’eremo. Leonora riconosce l’amato, ma il suo stupore si tramuta in orrore alla vista del sangue e, saputo della contesa, accorre dal fratello che però, prima di spirare, la pugnala a morte per tenere fede alla sua promessa di vendicare la morte del padre. Così, proprio lo stesso destino che, dopo tante peripezie, ha permesso ai due amanti di ricongiungersi, vuole ora che Leonora esali l’ultimo respiro. Alvaro, straziato, può solo ascoltare l’esortazione del Padre Guardiano alla fede e alla pietà.

Rappresentazione de La forza del destino al Metropolitan di New York nel marzo del 1984

Un’opera anticipatoria quanto mai discussa:

La forza del destino fu una delle opere più criticate del catalogo verdiano e la sua affermazione nel panorama esecutivo arrivò solo dopo decenni dal debutto. Ad essere contestata fu, prima di tutto, la natura dispersiva della vicenda. La narrazione, effettivamente, si presenta in maniera scarsamente lineare: gli episodi vengono giustapposti uno di seguito all’altro e si è spesso parlato di un’insufficiente verosimiglianza scenica. Non è un caso, infatti, che Verdi abbia potuto cambiare così radicalmente l’opera nella revisione del ‘69, addirittura trasferendo passaggi da una parte all’altra di una scena – come ad esempio fece per il terzo atto. Nell’operazione di adattamento del dramma originale, la già fittissima trama fu sfoltita di molti episodi e modificata in diversi aspetti. I due fratelli di Leonora, per esempio, furono accorpati nel solo personaggio di Don Carlos. Eclatante fu anche la scelta di mutare radicalmente il finale, che nella storia del drammaturgo spagnolo prevedeva il suicidio di Don Alvaro. Se, infatti, nella versione di San Pietroburgo tutti e tre i personaggi principali muoiono tragicamente, nella revisione scaligera del ‘69 il finale fu completamente ribaltato, grazie ad una soluzione, tipicamente manzoniana, che prevede la redenzione di Alvaro. Questa scelta fu presa da Verdi per ovviare alle critiche del pubblico, che trovò la vicenda fin troppo cruenta, anche se, naturalmente, non mancarono contestazioni di chi sosteneva che il dramma di Don Ángel de Saavedra fosse stato in questo modo profanato. Lo stile adottato dal compositore e dal librettista per l’opera, inoltre, risulta essere piuttosto singolare, in quanto momenti e personaggi seri vengono continuamente alternati ad altri di carattere comico. Nel quarto atto, per esempio, all’idioma farsesco di Fra Melitone viene contrapposto il solenne stile ecclesiastico del Padre Guardiano. Questa commistione fu tanto criticata dal pubblico quanto difesa da Verdi, che trovava l’espediente funzionale alla resa di un Destino inesorabile e infallibile, capace di guidare le azioni dei personaggi pur fra tante divagazioni.

Rappresentazione de La forza del destino al Gran Teatre del Liceu nel 2012

Tra i personaggi più discussi, invece, troviamo quelli di Preziosilla e di Fra Melitone. Questi, pur essendo estranei alla vicenda principale, risultano essere drammaticamente e vocalmente essenziali. Il ruolo di Melitone (che Tito Ricordi propose addirittura di sopprimere), per esempio, veniva descritto da Verdi come una «parte importantissima», «buffa e graziosissima», rimarcando che essa è «d’effetto dalla prima all’ultima parola» e che non sarebbe stato possibile rimuoverla. L’opera, soprattutto nella sua versione scaligera, musicalmente più matura anche grazie all’esperienza ottenuta dalla composizione del Don Carlos, rappresenta un archetipo anticipatorio di esempi quali il Falstaff, per l’uso di uno stile musicale da commedia, e il Boris Godunov di Modest Musorgskij. Quest’ultimo melodramma in particolare deve moltissimo a La forza del destino. I due lavori, infatti, condividono lo stesso modello delle grandi scene di massa, di carattere e ambientazione popolare, rese tramite l’utilizzo del coro che assurge a personaggio, se non quasi a protagonista della vicenda. Il timbro4 vocale dell’Innocente nell’opera russa, inoltre, ricorda quello di Mastro Trabucco, così come il personaggio del frate Varlaam rimanda a quello di Fra Melitone. Musorgskij avrebbe potuto attingere solo dalla Forza tutti questi elementi, in quanto non vi è nulla di simile nei precedenti lavori russi. In conclusione, La forza del destino rappresentò, all’epoca della sua composizione, un “esperimento” isolato e inconsueto, ma che non tardò a lasciare tracce nei successivi melodrammi. L’opera, per di più, contiene una delle ouverture5 più conosciute ed apprezzate del musicista italiano: aggiunta nella revisione del ‘69, essa rappresenta una commistione dei temi6 più importanti di tutta la composizione. Questo preludio strumentale apre il primo atto con un solenne motivo di tre note all’unisono:7 spesso denominato “motivo del fato”, esso ritorna più volte durante tutta la partitura e incarna non a caso la forza di un Destino irruento e inarrestabile.

Il motivo del fato, con cui ha inizio l’ouverture e quindi l’opera

1 Con il termine opera si intende una rappresentazione teatrale divisa generalmente in atti, quadri (tableaux) e scene, in cui è prevista la presenza di orchestra, cantanti solisti e coro. Solitamente si dividono in opere serie e buffe e possono avere dialoghi parlati (recitativo) e parti solistiche spesso di virtuosismo (aria)

2 Con il termine libretto si intende il testo poetico utilizzato per la composizione di un’opera lirica

3 Per scena di massa si intende quel momento della vicenda in cui sono presenti grandi gruppi di persone, come ad esempio un esercito o un qualsiasi tipo di assemblea (solitamente interpretati da un coro). Non è raro trovare scene di questo tipo nei melodrammi a sfondo politico

4 Il timbro è la qualità di un suono, ovvero l’elemento che permette di distinguere due suoni con uguale frequenza o altezza. Il timbro inoltre consente all’ascoltatore di identificare la fonte sonora, rendendola distinguibile

5 Con il termine ouverture (letteralmente “apertura”) si intende una composizione con funzione introduttiva posta originariamente all’inizio di brani di vario genere, come suite strumentali, balletti o opere liriche. Nel corso della storia l’ouverture, oltre ad aver mutato la sua forma, si è affiancata, con funzione simile, alla sinfonia italiana, da non confondere con il genere della sinfonia (in quattro movimenti) tipico del periodo classico

6 Con il termine tema si indica una frase musicale, ovvero una melodia. Spesso è utilizzato anche il termine motivo con significato simile

7 Rapporto di uguaglianza in riferimento all’altezza di due o più suoni, seppur di timbro diverso (quindi suonati anche da strumenti differenti). Ad esempio un La a 440 Hz suonato insieme ad un altro La alla stessa frequenza consiste in un unisono

Bibliografia:

  • Dizionario dell’opera, P. Gelli, M. Mattarozzi, M. Porzio; Baldini&Castoldi
  • Dizionario dell’opera, G. Bagnoli; Mondadori
  • Guida al Teatro d’Opera, A. Nicastro; Zecchini Editore
  • La forza del destino, da Stagione lirica 2000-2001; Ente autonomo Teatro alla Scala
  • L’arte di Verdi, M. Mila; Giulio Einaudi editore s.p.a.
  • Storia dell’opera, ideata da G. Barblan e diretta da A. Basso; UTET editore
  • The New Grove Dictionary of Opera volume I, S. Sadie; Managing Editor

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