La Decima Sinfonia

Vedere il suono, sentire l’invisibile

  1. Un po’ di storia
  1. La musica in Istituto

Nell’immaginario comune l’educazione musicale in Italia è delegata a due soli ambiti: l’insegnamento privato nelle abitazioni e nelle accademie e le poche ore di musica nelle scuole elementari e medie, notoriamente bistrattate. A qualcuno potranno venire in mente anche il Conservatorio e il Liceo Musicale, bene o male considerati di livello più alto, e ai quali non tutti possono accedere: solo chi, per passione e/o per fortuna, ha ricevuto da piccolo delle basi solide. In ogni caso l’insegnamento della musica viene considerato qualcosa di accessorio, per il quale non è richiesto un minimo indispensabile. Normalmente è scelta autonoma dei genitori per i figli. Inoltre, essendo la musica considerata comunemente, in modo più o meno giustificato, come uno degli ambiti che offre meno sbocchi lavorativi, intraprendere un percorso di studi viene spesso visto più come un rischio che come un’opportunità. In questo articolo vi presentiamo una realtà educativa che ha trattato la musica in modo completamente diverso, mettendola al centro delle proprie attività e ottenendo risultati straordinari anche dal punto di vista dell’occupazione: l’Istituto dei Ciechi di Milano.

L’Istituto dei Ciechi di Milano costituisce una delle più grandi opere di beneficenza della città ed è tutt’oggi un luogo di eccellenza per l’integrazione dei non vedenti. Con una storia di oltre 170 anni, al suo culmine di attività ospitava più di 200 studenti ciechi o ipovedenti, a cui ha permesso di ottenere un’educazione adatta alle proprie necessità, di formarsi per imparare un lavoro e diventare membri attivi della società nonostante la disabilità, anzi valorizzando la propria persona. Con l’abolizione delle scuole speciali nel 1977 e l’inserimento della figura dell’insegnante di sostegno l’Istituto ha adattato la propria funzione e oggi mette a disposizione di scuole e famiglie il proprio patrimonio di esperienze scientifiche e professionali, acquisite in oltre cento anni di didattica specializzata, offrendo vari servizi didattici come il Centro di Ricerca e Consulenza Tiflopedagogica e Formativa, il Centro di stampa Braille e il Centro di tifloinformatica. Oltre a seguire i ragazzi nel territorio svolge numerose attività culturali e di sensibilizzazione su questo tema delicato.

La sede dell’Istituto in via Vivaio, Milano

La musica è stata da sempre tenuta in grande considerazione nel programma educativo dell’Istituto, molto più che nel percorso scolastico della scuola pubblica. In più di un secolo tra i suoi studenti emersero diversi concertisti, compositori e maestri di Conservatori: risultati straordinari non solo di integrazione ma anche di eccellenza educativa. Inoltre in Istituto centinaia di ragazzi ciechi poterono imparare un mestiere grazie alla musica: insegnanti di musica, pianisti accompagnatori, organisti, accordatori e molte altre professioni che diedero a queste persone dignità e indipendenza economica.

L’attenzione al lavoro, alla conoscenza e al culto della bellezza attraverso la musica è espressa anche nello stemma dell’Istituto, presente in più punti dell’edificio della sede di via Vivaio. Sullo sfondo di un cielo stellato, che rappresenta la notte della cecità, si stagliano tre fiammelle: quelle laterali generate da una ruota dentata e da un libro, quella al centro da uno spartito musicale, a simboleggiare il lavoro tecnico e manuale, l’alfabetizzazione e lo studio della musica. Sotto di essi un cartiglio riporta un motto latino: “In tenebris opera solacium”, che si può tradurre come “nel buio il lavoro è conforto” oppure “che l’operare sia di sollievo anche nelle tenebre”.

Lo Stemma dell’Istituto nel soffitto della Sala Stoppani

Un po’ di storia

Prima della nascita degli Istituti dei Ciechi, solo pochissime persone cieche sono state ricordate dagli storici: casi eccezionali di poeti, intellettuali e musicisti, partendo da Omero, il celtico Ossian e altri poeti ciechi leggendari di varie culture. Per quanto riguarda la musica, citiamo come esempi celebri Francesco Landini, del ‘300, e Antonio de Cabezon, del ‘500. Tuttavia per la stragrande maggioranza di essi la vita era sicuramente durissima: in quanto analfabeti e impediti a praticamente tutti i lavori manuali, erano tenuti ai margini della società e costretti spesso a vivere di elemosina. In questo contesto uno dei pochi lavori possibili fin da sempre è stato proprio quello di musicista. Salvo alcuni casi particolarmente fortunati, questo mestiere è stato esercitato nella sua forma più umile, ovvero per strada e girovagando di città in città. In molti paesi i musicisti ciechi di strada hanno costituito un gruppo sociale a parte e sono arrivati a costituire una componente della cultura e dell’identità nazionale: alcuni esempi sono i Kozbar in Ucraina, i Biwa Hoshi e le donne Goze giapponesi, i bardi ciechi irlandesi e le Gilde dei musicisti e cartomanti ciechi della Cina Imperiale. Le stesse dinamiche sociali derivanti dall’abbandono dei ciechi a loro stessi permasero fino agli anni ‘40 del Novecento per gli afro-americani del sud degli Stati Uniti, dove molti neri ciechi contribuirono allo sviluppo del genere blues. In effetti il primo bluesman di successo fu Blind Lemon Jefferson e l’immaginario del cieco era così caratteristico del genere che più di una volta musicisti vedenti si finsero ciechi per facilitare la propria carriera.1

Se da un lato fare il musicista di strada garantiva un minimo di sussistenza e ha costituito in molti casi un vero e proprio patrimonio culturale, dall’altro il motivo principale era comunque l’emarginazione, che in alcuni contesti era così forte da privare i ciechi di ogni dignità. Nel 1771 il linguista Valentin Haüy a Parigi assistette a uno spettacolo tremendo: durante una fiera, ai ciechi dell’ospizio Quinze-Vingts venivano fatti indossare dei cappelli d’asino e degli enormi occhiali, e li si costringeva a suonare degli strumenti stonati per far ridere i passanti. Profondamente scioccato, decise di insegnare ai ciechi a leggere e a scrivere e nel 1784 fondò il primo Istituto dei ciechi, dedicato all’educazione e alla formazione professionale. La musica fu una parte importante del suo programma, in particolare con la classe di organo, nata nel 1826, che nel Novecento generò organisti e compositori determinanti per la storia di questo strumento, come Louis Vierne, André Marchal, Gaston Litaize, Jean Langlais fino a uno degli attuali organisti titolari di Notre Dame, Jean-Pierre Leguay. Poco dopo nacquero istituzioni analoghe nel Regno Unito (Liverpool nel 1791, Edimburgo e Bristol nel 1793) e a Vienna (1804). In Italia i primi Istituti furono a Napoli (1818) e a Padova (1838).

La facciata dell’organo della Sala Barozzi

Nell’Ottocento a Milano e in Lombardia l’assistenza e la solidarietà verso i poveri e i più deboli erano profondamente radicate da secoli, a causa dello spirito religioso della società civile e della forte presenza del clero. Dalla morte dell’ultimo Sforza fino alla dominazione austriaca, la città di Milano offriva ai bisognosi più che in tutto il resto della penisola, nella speranza che, come Manzoni fa dire al cardinal Federigo, “la vita non sia una festa per pochi e una pena per molti”. Gli enti sorti a partire dalla fine del ‘400 erano ospedali, case di ricovero ed enti elemosinieri e la loro presenza continuò ad aumentare e a riorganizzarsi sotto gli Asburgo, i quali in alcuni casi se ne assunsero la direzione, anche per esigenze di controllo della società e di tutela dell’ordine pubblico. In questo clima, negli anni ‘30 dell’Ottocento, venne fatta richiesta dal governatore della Lombardia, il conte Hartig, di fondare un Istituto per il ricovero e l’educazione dei ciechi, allo scopo di toglierli dalla mendicità e dal vagabondaggio. Si assunse l’incarico il funzionario Michele Barozzi, già direttore di un altro ente benefico di Milano, le Pie Case d’Industria, a cui aveva lavorato con grande successo. Nacque così il 13 luglio 1840 la prima sede dell’Istituto, in una parte dell’edificio della Pia Casa d’Industria di san Vincenzo in zona Ticinese, con i primi due allievi: Giuseppe Fabbrica e Antonietta Banfi, entrambi di 8 anni. 

Lo sviluppo dell’Istituto fu abbastanza rapido: dopo un’anno si contavano 10 iscritti e dopo dieci anni si arrivò a una cinquantina, motivo per cui nel 1855 venne fornita una nuova sede in Corso di Porta Nuova. A questo periodo, in particolare al 1845, risale la prima redazione completa delle attività da parte di Barozzi, in cui emerge l’impronta educativa da lui impressa fin da subito.

Allegoria della Fondazione dell’Istituto dei Ciechi di Milano, Francesco de Magistris. Il dipinto raffigura Michele Barozzi al centro e ai lati i primi due bambini ricevuti

La musica in Istituto

Non avendo una formazione pedagogica specifica prima di fondare l’Istituto, Barozzi fece frequenti viaggi per osservare ed assorbire il metodo di altri Istituti europei, come Monaco, Vienna e Parigi. In questi centri era oggetto di discussione il fatto che ai bambini ciechi fosse più utile insegnare un mestiere pratico, per garantirgli un lavoro e un’integrazione nella società, o piuttosto che fosse più proficuo dare loro un’educazione anche in discipline più intellettuali, per garantirgli l’accesso a lavori più elevati e anche per testare fin dove potevano arrivare con l’apprendimento. Nella redazione del 1845 Barozzi attribuisce un ruolo fondamentale alla musica su entrambi i fronti di questo dibattito, come emerge nel brano seguente:

«Per quanto un cieco possa rendersi atto e ben adestrato all’esercizio di un mestiere qualunque non potrà mai co’ suoi lavori sostenere la concorrenza  coi chiaro-vegenti né per la precisione né per la sollecitudine  nell’esecuzione, […] si è pensato che la Musica possa essere [..] la più utile e insieme la più conveniente occupazione.I ciechi nascono per così dire musicanti; un segreto istinto trasporta tutto il loro spirito, tutta la loro sensazione all’armonia; poiché ne fanno eccezione. Quindi con tanta buona disposizione per quest’arte possono facilmente divenire filarmonici;2 possono trovare nella medesima una professione certa ed insieme la più lucrosa per essi che con qualunque altro mestiere; […] e siccome poi l’applicazione a quest’arte è combinata coll’istruzione in qualche altra, così non resta loro tolto di dedicarsi preferibilmente a quella che troveranno più opportuna e più confacente.»

La tradizionale associazione cieco-musicista, precedente alla nascita degli Istituti, viene sostenuta da Barozzi con un nuovo approccio: con un’educazione adeguata i ciechi possono trovare nella musica un lavoro dignitoso e una valorizzazione reale delle proprie caratteristiche, ma allo stesso tempo fin da subito sono preparati anche al lavoro manuale, così da poter svolgere eventualmente un altro mestiere. Inoltre Barozzi, anche in altre parti del testo, evidenzia quanto la musica sia per loro una componente importante dello sviluppo cognitivo e della loro percezione della realtà, attraverso l’educazione dell’udito. Suonare uno strumento rende poi più sensibile anche il tatto, un altro senso per loro fondamentale. In questa relazione la musica quindi risponde sia ad esigenze di tipo lavorativo che di gratificazione intellettuale, i due aspetti messi a tema negli altri Istituti europei. Nella relazione delle attività viene spiegata la distribuzione delle materie scolastiche insegnate all’Istituto: la musica occupa un ruolo davvero preponderante fin dai primi anni, assieme all’alfabetizzazione, (che all’inizio seguiva il metodo ideato da Haüy, con caratteri latini in rilievo, e che qualche decennio dopo passerà al braille), e all’esercizio di mansioni pratiche, differenziate per maschi e femmine. Inoltre venivano evitati tutti i lavori pesanti che potessero imprimere dei calli sulle dita e quindi minare la sensibilità del tatto. Anche l’assistenza religiosa e il catechismo erano una componente importante dell’Istituto. Alcune materie come la geometria erano finalizzate a rendere i bambini più consapevoli dello spazio e dell’ambiente intorno a loro, mentre altre, come la geografia e il francese, avevano esplicitamente la funzione di aiutare la loro possibile carriera di musicisti, specie nei viaggi all’estero. Lo studio della musica durante il primo anno era uguale per tutti, mentre dal secondo anno solo alcuni bambini particolarmente dotati ricevevano un’educazione artistica completa, seguendo i programmi del Conservatorio di Milano. Gli altri erano indirizzati su lavori manuali, ma continuavano a studiare musica come materia complementare, in misura sufficiente per poter svolgere lavori musicali più umili, come l’organista liturgico o il pianista accompagnatore. Lo studio dell’organo era riservato ai maschi ed era per loro obbligatorio, seguendo la tradizione della scuola organistica dell’Istituto dei Ciechi di Parigi, attiva già da quasi 15 anni prima della fondazione di quello milanese. Inoltre gli studenti venivano istruiti al “clavicembalo” (probabilmente si intende con questo termine anche il pianoforte nei suoi primi modelli), almeno uno strumento della famiglia degli archi e a uno dei fiati, oltre all’arpa, di solito riservata alle allieve. Tutti i bambini dunque imparavano più di uno strumento ed alcuni arrivano anche a quattro. Erano impartite anche lezioni di teoria musicale, solfeggio, armonia e canto corale di repertorio sacro. Gli insegnanti di musica erano gli stessi del Conservatorio e prestavano servizio a titolo volontario. Inoltre gli allievi più grandi o più capaci venivano invitati ad aiutare i propri compagni e alcuni di loro, una volta concluso il percorso  scolastico, rimanevano in Istituto come insegnanti. Questa pratica, una bellissima forma di educazione alla solidarietà e al sostegno reciproco, rimarrà caratteristica del convitto dell’Istituto fino alla sua chiusura nel 1976.

Un saggio di organo

Nella storia degli Istituti dei ciechi e di quello di Milano in particolare si può osservare un progressivo cambiamento di mentalità, dall’assistenzialismo all’integrazione, attraverso strumenti che diventeranno sempre più metodici e un supporto scientifico che sarà sempre più importante. Barozzi si colloca naturalmente all’inizio di questo percorso: pur garantendo all’Istituto un veloce sviluppo e un’organizzazione solida, era consapevole di essere ancora in una fase preparatoria e di rodaggio. Infatti, quando nel 1847 gli venne chiesto di ricevere degli aspiranti maestri per apprendere il metodo di insegnamento dell’Istituto, egli definì il suo metodo “più di famiglia che scolastico” e suggerì di partecipare invece a dei momenti settimanali in cui i bambini esponevano al pubblico le doti acquisite, scrivendo, leggendo un brano e facendo delle esibizioni musicali.

Una lezione di canto corale

In effetti ci sono molte cose che egli semplicemente diede per vere: innanzitutto il fatto che l’insegnamento a bambini ciechi dovesse seguire metodi pedagogici molto diversi da quelli adottati dalle altre scuole. Per lui infatti era fondamentale adeguare l’insegnamento di tutte le materie all’esercizio costante dell’udito e del tatto, in modo da sviluppare questi sensi  a tal punto da poter in parte compensare la mancanza della vista. Inoltre, come si legge nel brano riportato dalla relazione, per Barozzi “tutti i ciechi nascono musicanti”, ovvero hanno attitudini innate alla musica che vanno semplicemente valorizzate con l’educazione. Viene da chiedersi se si tratti solo di una suggestione, se sia solo il frutto di un’aspettativa sociale che talvolta casualmente si realizza, o se effettivamente ci sia nell’orecchio dei ciechi qualcosa in più che l’assenza della vista e l’esercizio hanno procurato loro.

Considerando le molte persone cieche che non hanno interesse o un vero talento in questo senso, affermare che tutti i ciechi siano eccezionalmente portati per la musica è una forzatura, e in quanto tale può anche essere considerato uno stereotipo quasi offensivo. In effetti anche nella storia dell’Istituto milanese sono emerse figure critiche verso un’educazione troppo “musicocentrica”, come il sindacalista Paolo Bentivoglio (1894-1965), il quale, formatosi a Milano e divenuto poi direttore dell’Istituto dei Ciechi di Bologna, provò a superare questa impostazione per un’apertura alle discipline letterarie. Tuttavia è innegabile che tra i ciechi siano emersi nella storia molti musicisti di spicco. Ne abbiamo già citati molti del passato, e guardando a oggi basti pensare a star mondiali come Andrea Bocelli, Ray Charles, Stevie Wonder, il giapponese Nobuyuki Tsujii per il pianoforte, solo per citarne alcuni. È anche statisticamente vero che ci sono sempre stati, e ci sono anche ora, più musicisti in percentuale tra i ciechi che tra i vedenti, sia per un fattore sociale sia di predisposizione, e che molti tra loro hanno doti particolari se paragonati ai musicisti vedenti. Per esempio, la probabilità che un musicista cieco abbia l’orecchio assoluto3 si colloca tra le due e le tre volte tanto rispetto a un musicista vedente. A questo fenomeno, che è sempre stato motivo di suggestione, dalla seconda metà del Novecento sono state dedicate delle indagini anche dal punto di vista medico e neurologico. Fin dagli anni ‘80 è stato osservato che nel cervello dei soggetti ciechi dalla nascita, in cui ci si aspetterebbe un’atrofizzazione totale della zona dedicata alla vista, solo il nervo ottico e una piccola parte della corteccia visiva perdono attività, mentre la parte intatta si modifica durante la crescita per reagire a stimoli sensoriali uditivi e tattili, che sono quindi percepiti con molta più precisione rispetto a una persona vedente. Una delle verifiche sperimentali consiste nel far svolgere un compito di lettura Braille a persone cieche la cui corteccia visiva viene alterata da una stimolazione magnetica. In questa situazione i soggetti compiono molti più errori, a conferma del fatto che per sentire con il tatto i ciechi utilizzano anche la zona del cervello deputata alla vista. Questa riorganizzazione dei ruoli del cervello, chiamata plasticità cross-modale, è tanto più marcata quanto più in età infantile sono stati educati il tatto e l’udito, principalmente insegnando il braille e la musica fin da piccoli, e permette ai ciechi di avere effettivamente uno sviluppo maggiore di questi sensi rispetto a una persona vedente, oltre che a una migliore memoria orale.

Da questi studi scientifici emerge quanto siano importanti la musica e l’educazione dell’udito nella formazione di un non vedente a prescindere dal lavoro che egli vorrà poi svolgere nella sua vita. Appare così valida a posteriori anche dal punto di vista scientifico l’impostazione educativa di Barozzi, che verrà poi sviluppata ulteriormente dai direttori successivi, secondo cui tutti i ciechi dovevano ricevere un’educazione musicale, a prescindere dalla predisposizione, per riceverne beneficio nella crescita, e poi prepararsi eventualmente a fare un altro mestiere.

L’Istituto e i suoi artisti

L’Istituto fu un successo nella didattica della musica fin dall’inizio proprio con i primi due allievi, Giuseppe Fabbrica e Antonietta Banfi. Giuseppe venne fin da subito istruito nella musica, tanto che un anno dopo era in grado di accompagnare all’organo la liturgia, come testimoniato durante la messa del primo anno di inaugurazione. Antonietta fu una studentessa modello ed eccelse in particolare nella musica: fu istruita al pianoforte, al canto, alla composizione e all’arpa, strumento per il quale era particolarmente dotata. Nel 1858 suonò davanti all’Arciduca Massimiliano, il governatore austriaco del Regno Lombardo-Veneto, in visita all’Istituto, il quale come segno di apprezzamento donò alla studentessa “un’arpa di notevole valore”. Essendo un’ottima allieva, Antonietta rimase in istituto come maestra elementare e come insegnante di francese e dei suoi strumenti, arpa e pianoforte. Fu anche protagonista di numerose esibizioni pubbliche, per esempio al Teatro alla Scala e all’Istituto dei ciechi di Parigi, dove riscosse grandi consensi. Probabilmente avrebbe anche potuto sviluppare una carriera se avesse goduto di migliore salute: era infatti affetta da tisi, per la quale morì a soli 37 anni. Tra le sue composizioni è arrivato fino a noi un Improvviso-Fantasia per arpa (sulla Barcarola dai Vespri Siciliani di Verdi). Nei resoconti riguardanti i primi due allievi troviamo riflessa in modo chiaro l’impostazione dell’istituto. A chi mostrava particolare talento venivano dati tutti gli strumenti per intraprendere l’attività artistica, con una formazione molto curata fin dall’inizio. D’altra parte anche a chi non veniva indirizzato unicamente alla musica, come Giuseppe, venivano fornite le competenze necessarie per svolgere alcune attività musicali “di mestiere”, come ad esempio l’organista liturgico. 

L’Istituto dei Ciechi di Milano rimarrà fortemente incentrato sulla musica per tutta la sua storia e la maggior parte degli allievi più meritevoli dell’Istituto si distinsero proprio come musicisti. Ricordiamo, oltre ad Antonietta Banfi (1832-1869), Cesare Luvoni (1830-1882), contrabbassista e compositore, Antonio Ascenso (1850-1938), pianista e organista, l’organista e compositore Emilio Schieppati (1876-1944), sicuramente il compositore più prolifico della storia dell’Istituto, e Alberto Mozzati (1917-1982), la cui fama uscì decisamente dalle mura dell’istituto, come straordinario pianista e caposcuola della didattica italiana del pianoforte.

Emilio Schieppati all’organo

Ognuno di questi musicisti, così come lo sviluppo del metodo di insegnamento all’interno dell’Istituto, è parte di una ricchissima storia che con questo articolo abbiamo voluto semplicemente iniziare a presentare. Concludiamo ricordando che una tale fioritura educativa, unica in Italia, è stata possibile grazie a uno sguardo diverso per i non vedenti, visti non come soggetti menomati e  inadatti a uno standard sociale, ma come persone con problemi da affrontare e al tempo stesso con una diversità feconda e da sostenere. Voci individuali e uniche nella grande sinfonia della società umana.

1 Tra i bluesman ciechi ricordiamo anche Blind Willie Johnson, maestro della tecnica bottleneck: la sua canzone, Dark was the night, cold was the ground, fu ritenuta così rappresentativa della malinconia e del dolore umano da essere inclusa tra le tracce Disco d’Oro della sonda Voyager, mandata nello spazio nel 1977 come testimonianza del genere umano per eventuali forme di vita extraterrestri

2 Per filarmonico si intende qui membro di un’orchestra

3 Con orecchio assoluto si intende la capacità di identificare o ricreare l’altezza di un suono, e quindi la sua frequenza, senza l’ausilio di una nota di riferimento

Bibliografia:

  • Luce su luce: l’impegno della solidarietà dalla carità alla scienza, a cura di M. G. Bascapè, M. Canella, S. Rebora; Istituto dei Ciechi di Milano

Sitografia:

  • History of the Blind, B.R. Miller; Encyclopaedia Britannica, 11 febbraio 2015
  • Plasticità neurale, L. Baroncelli, L. Maffei; Dizionario di medicina Treccani, 2010
  • Neural reorganization following sensory loss: the opportunity of change, L. B. Merabet, A. Pascual-Leone; Nature Reviews Neuroscience, 25 novembre 2009

Iscrivi alla newsletter La Decima Sinfonia ISSN 3035-5060. Nella tua casella di posta una volta al mese con articoli, interviste e i migliori concerti dal vivo e in streaming.

IL TUO SOSTEGNO CONTA

La Decima Sinfonia è un progetto che viene portato avanti dalla passione dei suoi autori, ma è solo grazie ai suoi donatori che i contenuti possono essere liberi per tutti. Con una piccola donazione tramite bonifico potrai aiutarci a sostenere le spese di gestione e finanziare nuovi progetti.

Scopri come | No, la prossima volta

Iscriviti alla nostra newsletter: una volta al mese con articoli, interviste e i migliori concerti dal vivo e in streaming.