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Da sempre l’umanità guarda il cielo in cerca di risposte: gli antichi utilizzavano le stelle per navigare e mantenere la rotta nella notte, calcolavano i cicli lunari per prevedere le stagioni agricole e cercavano di decifrare i presagi che gli allineamenti planetari potevano significare. Ogni popolo ha provato a spiegare i moti dei pianeti, incuriositi dal fatto che quei puntini luminosi non erano “fissi” come le stelle,1 e nei secoli sono nate attorno a essi innumerevoli leggende e credenze. Ancora oggi guardiamo al cielo, sempre in cerca di risposte, e grazie ai potentissimi telescopi moderni sappiamo che i pianeti del sistema solare non possiedono forze mistiche che interagiscono con la nostra vita. Eppure, nonostante il progresso scientifico, l’astrologia continua a esercitare un certo fascino e poco più di un secolo fa il compositore inglese Gustav Theodor Holst tradusse queste credenze in musica, donandoci una delle pagine orchestrali più amate del XX secolo.
La formazione e il primo successo
Gustav Holst nasce nella cittadina di Cheltenham, nel sud dell’Inghilterra, il 21 settembre del 1874. Il padre Adolph, di origini svedesi, è organista e insegnante di pianoforte. La madre, che Gustav perderà a soli 8 anni, è un’allieva del suo stesso marito Adolph. La musica rappresenta la quotidianità in casa Holst e il piccolo Gustav 一 fin dalla tenera età 一 apprende dal padre i fondamenti del pianoforte e della teoria musicale. All’età di 16 anni, il maestro nota nel suo allievo l’inclinazione per la composizione e decide di farlo studiare al Royal College of Music di Londra. Dopo gli studi, gli sforzi per affermarsi come compositore si rivelano vani: gli editori non sono interessati ai suoi lavori e ai diversi concorsi a cui partecipa non riesce mai a ottenere un riconoscimento. Vista la situazione economica precaria, nel 1905 decide di dedicarsi all’insegnamento, assumendo l’incarico come direttore musicale della scuola femminile “St. Paul’s Girls’ School”.

Nel 1912 il senso di fallimento sta diventando psicologicamente sempre più opprimente. La sua suite per orchestra Beni Mora ha un modesto successo alla prima esecuzione (1 maggio 1912); la suite orchestrale Phantastes, eseguita per la prima volta nel luglio dello stesso anno, è stroncata dalla critica; l’opera Il lamento di Ecuba (1911-1912) rimane non eseguita, così come l’innovativa opera da camera Savitri (1908-1909). Quando anche l’ambiziosa cantata corale The Cloud Messenger, basata sul poema sanscrito Meghadūta, fallisce nel marzo del 1913, Holst cade in uno stato che alcuni raccontano come quasi depressivo. A pesare sulla condizione mentale, oltre ai fallimenti artistici, erano anche i debiti accumulati con alcuni conoscenti che avevano finanziato le sue musiche.
Quella primavera, per risollevargli il morale, alcuni suoi amici lo invitano a unirsi a loro per un viaggio nell’isola di Majorca. La compagnia era composta dai musicisti Balfour Gardiner (padre del direttore John Eliot Gardiner), Arnold Bax e il librettista e studioso di astrologia Clifford Bax. È proprio a Majorca che Clifford avvicina Holst all’astrologia, praticata in seguito da quest’ultimo durante tutta la sua vita, stilando gli oroscopi dei suoi amici. Tornato a casa dal viaggio Holst inizia ad appassionarsi sempre di più a questa pseudoscienza e dalla lettura del libro What is a Horoscope and How is it Cast (Cos’è un oroscopo e come viene redatto) di Alan Leo inizia a maturare l’idea di scrivere della musica ispirata proprio a questa pseudo-scienza.

Il 1913 è un anno decisivo anche sul piano artistico. A Londra tornano per due stagioni i Ballets Russes di Djagilev, che mettono in scena Petruška e, l’11 luglio, la prima inglese della Sagra della primavera: la musica di Stravinsky, con i suoi ritmi selvaggi e i colori orchestrali di Petruška e de L’uccello di fuoco, aprono per Holst un mondo sonoro completamente nuovo. A questo si aggiunge, il 17 gennaio 1914, il concerto alla Queen’s Hall in cui Arnold Schönberg dirige personalmente, per la prima volta a Londra, i suoi rivoluzionari Five Pieces for Orchestra. L’ascolto di questa suite segnerà profondamente Holst, al punto che il titolo che inizialmente dà alla sua nuova opera — Seven Pieces for Large Orchestra — è un chiaro omaggio a quella di Schönberg. L’idea della suite, del resto, non nasce all’improvviso: Holst stesso racconterà che l’opera era cresciuta lentamente nella sua mente «come un bambino nel grembo materno», e per due anni ne coltiva l’intenzione prima ancora di scrivere una singola nota.
Quando, il 4 agosto del 1914, l’Inghilterra entra in guerra contro la Germania a difesa del Belgio che si dichiarava neutrale, Holst — accompagnato da un forte senso patriottico — si fa togliere dal cognome la particella “von” che suona troppo germanica e prova ad arruolarsi nell’esercito volontariamente, ma viene respinto dopo la visita medica per miopia, un problema neuritico alla mano destra e difficoltà digestive. Con una coincidenza quasi profetica, Holst in quel periodo sta concludendo il primo movimento della sua nuova suite: Marte. Il brano infatti è dedicato al pianeta che secondo le credenze astrologiche è associato all’aggressività, all’azione, al dinamismo e all’impulsività e quindi portatore di guerra.

Dopo il completamento di Marte, già nell’autunno dello stesso anno vedono la luce i movimenti dedicati alle qualità astrologiche di Venere e Giove. L’anno successivo lavora a Saturno, Urano e Nettuno, concludendo nel 1916 con Mercurio. La prima esecuzione, due anni più tardi, ha luogo in forma privata con una riduzione per due pianoforti e si dovrà attendere il 15 novembre 1920 per la prima esecuzione nella versione integrale con l’orchestra. Holst scrive per un organico molto esteso, ma il post-guerra non permette economicamente una produzione di quella portata. I Pianeti sono un grande successo, il primo per il compositore, e avviano di conseguenza una riscoperta dei suoi lavori precedenti. Holst verrà percepito come compositore patriottico perché molta della sua musica si rifà a canzoni e danze popolari e tradizionali inglesi. Dopo la guerra, con il conseguente rigetto di tutta la musica di origine tedesca che prima dominava il mercato, si affianca una valorizzazione dei compositori nazionali e, dunque, un aumento della popolarità del nostro.
I Pianeti, suite per grande orchestra
La suite è composta da sette brani. Secondo l’astrologia moderna i pianeti sono dieci, ma Holst sceglie di non inserire luna e sole — detti luminari — mentre Plutone, all’epoca della composizione della suite, non era ancora stato scoperto. L’ordine dei brani rappresenta una questione interessante. Inizialmente il compositore inglese progetta di seguire il sistema eliocentrico, partendo quindi da Mercurio che ha la minor distanza dal sole. Infine, tuttavia, egli sceglie di seguire un discorso più simbolico: la suite comincia con grande agitazione e tensione (Marte) che nella successione dei movimenti si trasforma in pace e serenità (Giove), per dissolversi infine in una dimensione quasi mistica (Nettuno). Secondo un’altra lettura astrologica l’ordine potrebbe simboleggiare anche l’evoluzione dell’esperienza continua della vita: si nasce nel pianto e nell’agitazione (Marte), crescendo la mente si fa più acuta (Mercurio), invecchiando il pensiero diventa più previdente e lento (Saturno) per poi spegnersi nella pace della morte terrena (Nettuno).
L’organico scelto per questa suite è impressionante sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo. Holst prevede un’ampia sezione di fiati. Degna di nota la ricchezza di strumenti a doppia ancia: tre fagotti, un controfagotto e tre oboi, di cui uno con obbligo di oboe basso 一 strumento molto raro 一 e corno inglese. Si trovano anche elementi meno consueti per un’orchestra sinfonica, tra cui l’organo, un coro nascosto di voci femminili a sei parti e persino due esecutori per sei timpani. Ciò fa sì che nei momenti di tutti la resa sia imponente, ma che allo stesso tempo i momenti più cameristici siano caratterizzati da giochi unici di timbri e colori.

- Mars, the Bringer of War (Marte, il portatore di guerra)
La suite si apre con un crescendo dal clima feroce, che esplode in fortissimo dopo sole 40 battute nella piena potenza della grande orchestra prevista. In partitura si trovano subito dei dettagli che fanno notare la maniacale ricerca timbrica del compositore inglese: l’ostinato degli archi è da eseguirsi “col legno” e le bacchette per i timpani sono richieste di legno, a differenza delle consuete mazze con testa in feltro morbido. Il movimento è tripartito e connotato dai tempi dispari di 5/4 e 5/2 che simboleggiano la qualità dell’instabilità attribuita all’astro.
- Venus, the Bringer of Peace (Venere, il portatore di pace)
Completamente opposto è il clima che fin dalle prime note si instaura con Venere. Apre il movimento un solo di corno che espone la melodia di una canzone dello stesso compositore, A Vigil of Pentecost (Una vigilia di Pentecoste), sul testo della poetessa Alice Mary Buckton. Il movimento è privo di interventi di ottoni, eccetto per i corni. Questa scelta di strumentazione dona una sonorità leggiadra e rarefatta che crea un grande contrasto con il primo movimento, rimarcando la giustapposizione tra guerra e pace.
- Mercury, the Winged Messenger (Mercurio, il messaggero alato)
In astrologia Mercurio è associato alle qualità di adattabilità, versatilità mentale e pensiero divergente. Holst rende tutto questo in modo figurato attraverso l’orchestra: il terzo movimento, che si struttura come uno scherzo veloce e brillante, fin dalle prime battute alterna brevi frasi in tempo binario e in tempo ternario. Nella sezione centrale del pezzo è presente persino una polimetria: violini II, viole e violoncelli passano in 2/4 mentre tutti gli altri rimangono in 6/8. Inoltre anche sul piano armonico vengono evidenziati i caratteri dell’astro, in senso figurato, ricorrendo alla politonalità: le frasi musicali si muovono attorno a due centri tonali molto lontani, quello di Mi maggiore e Sib maggiore.

- Jupiter, the Bringer of Jollity (Giove, il portatore di gioia)
Il quarto movimento è probabilmente il più noto di tutta la suite. Ha una struttura tripartita. La prima sezione mette in evidenza i caratteri di vitalità e allegria associati a Giove. Musicalmente la vitalità si esprime fin da subito attraverso il veloce pattern di sedicesimi in staccato dei violini, poi rinforzato dai legni, con indicazione di agogica Allegro giocoso.
La sezione centrale si sofferma invece sullo spirito nobile e generoso, passando a un tempo Andante maestoso. Questa parte si presenta come un solenne corale in 3/4 in crescendo dinamico che culmina con tutta l’orchestra per poi svanire velocemente nella ripresa della prima parte. L’epico corale centrale venne poi riutilizzato nel 1921 da Holst per musicare l’inno patriottico I vow to thee my country (A te giuro fedeltà, patria mia). L’incipit tematico del corale in Giove è ricavato dai soli di corno e violino presenti in Venere (non a caso i due movimenti sono stati composti insieme). Una possibile interpretazione di questa connessione propone che il sentimento di amore personale presentato nel secondo movimento ora si elevi all’amore caritatevole verso l’umanità, nel perseguimento della pace. Il quarto movimento si conclude con la ripresa della prima parte.

- Saturn, the Bringer of Old Age (Saturno, il portatore di vecchiaia)
Saturno nella volta celeste è uno degli astri più luminosi e contemporaneamente uno dei pianeti con il moto apparente più lento. In astrologia è associato a un carattere perseverante, cauto e paziente. Saturno è anche rappresentazione dello scorrere della vita; Holst si sofferma proprio sull’elemento del tempo. Il brano comincia con una figura ritmica agli ottoni che suggerisce l’ineluttabile destino della vita umana. L’atmosfera è incerta, resa attraverso accordi che non risolvono se non nel finale dove la tensione si dissolve come a rappresentare la pace che la morte 一 intesa come fine del tempo 一 porta con sé.
- Uranus, the Magician (Urano, il mago)
Il brano si apre impetuosamente con quattro note coronate in fortissimo delle trombe e tromboni che nascondono la firma musicale di Holst. Nella dicitura tedesca infatti le note Sol, Mib, La e Si sono rispettivamente G, eS, A e H, sequenza riconducibile a GuStAv Holst.

Il fatto che Holst descriva Urano come “mago” e apra il movimento con la propria firma suggerisce che egli si rispecchi in questo pianeta: in fondo la figura del compositore, attraverso il solo suono, muta gli stati d’animo e stupisce chi ascolta, non troppo diversamente da come fa un prestigiatore. Urano è associato anche a un carattere entusiasta, vivace e originale ma anche impulsivo. Musicalmente viene svelato grazie al tema, esposto inizialmente dal fagotto, di ispirazione folkloristica e danzante.
- Neptune, the Mystic (Nettuno, il mistico)
L’ultimo brano non ha né una struttura chiara né dei temi definiti. Il metro in 5/4 può sembrare un’eco del brano di apertura, Marte, ma il discorso musicale è completamente diverso e caratterizzato da un susseguirsi di chiazze sonore ed effetti timbrici. Fra tutti, quello che all’epoca colpì maggiormente il pubblico fu il coro femminile a bocca chiusa sul finire del movimento. Questo è posto in una stanza fuori scena, la cui porta viene lentamente chiusa durante l’ultima battuta finché il suono non si spegne nel silenzio: un effetto “dissolvenza” che oggi diamo per scontato in ogni film o disco ma che allora, in un’epoca pre-elettronica, non era mai stato tentato in un’orchestra. Nettuno è il pianeta della spiritualità e dell’inconscio, ma anche dell’illusione e della confusione. L’armonia svolge in questo senso un ruolo descrittivo: è indefinita, gioca su una bitonalità incentrata su accordi di Mi minore e Sol diesis minore. Il brano, insieme all’intera suite, si conclude in una lunga dissolvenza e il suono scompare gradualmente come inghiottito nel vuoto silenzioso dello spazio.

Una musica “spaziale”
A distanza di più di un secolo, I Pianeti restano l’immagine sonora dello spazio per eccellenza: i suoi passaggi più emblematici sono diventati colonna sonora di scene ambientate nel cosmo in serie televisive come Mr. Robot, Space: 1999 e perfino in un episodio dei Simpson. Ma è sul grande schermo che l’eredità di Holst si è fatta più pregnante: durante il montaggio di Guerre Stellari, il quarto movimento, Giove, fu utilizzato come colonna sonora provvisoria, e lo stesso John Williams, chiamato poi a comporre la celeberrima partitura della saga, trasse ispirazione da alcuni temi. Così, quel cielo che per secoli l’uomo ha interrogato in cerca di risposte continua, ancora oggi, a rispondere con le note di un compositore inglese che seppe ascoltarlo.
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1 Pianeta deriva dal greco antico πλάνητες (planētes) ovvero «errante, vagante» perché con questo termine gli antichi distinguevano dalle stelle i corpi che, rispetto alla volta celeste, non occupavano una posizione fissa
Bibliografia:
Michael Short, Gustav Holst: the man and his music; Oxford University Press 1990
Raymond Head, Holst – Astrology and Modernism in ‘The Planets’. Tempo, no. 187 (1993)
Guida alla musica sinfonica Zecchini
Sitografia
https://www.bso.org/works/the-planets consultato ad agosto 2026
Discografia:
Los Angeles Philharmonic, Zubin Mehta, Holst: The Planets; DECCA 2001




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