La Decima Sinfonia

Capolavori incompiuti della musica

Innumerevoli sono le opere dell’uomo rimaste inconcluse durante la storia, ognuna per una specifica e differente motivazione. In questo articolo vi racconteremo di tre composizioni: la Messa da Requiem di Mozart, un monito della sua stessa morte, l’Incompiuta di Schubert, una sinfonia troppo perfetta per essere continuata e Turandot di Puccini, un’opera lirica dal finale “aperto”.

Sono molte le opere che Wolfgang Amadeus Mozart non portò mai a termine. Anche la Messa in do minore risulta essere incompiuta, ma per il semplice fatto che ad un certo momento, occupato con altri impegni, non si dedicò più ad essa. La Messa da Requiem, invece, presenta una diversa e particolare incompiutezza, con una storia contornata da un alone di mistero. Ci troviamo nella Vienna del 1791; Mozart è malato da tempo e per sbarcare il lunario, tra debiti vari, è costretto a comporre musica su commissione. Un giorno dello stesso anno, arrivò una richiesta da parte di un anonimo e nobile signore, tramite un intermediario di quest’ultimo, per la composizione di una Messa da Requiem.1 Si tratta di un’opera originariamente concepita per l’anniversario di morte della moglie del Conte Franz von Walsegg zu Stuppach, un individuo particolare, che aveva tutte le ragioni per mantenere l’anonimato, dal momento che aveva il vizio di far passare per sue le composizioni che commissionava. Il compositore salisburghese, vista la cospicua retribuzione, accettò l’incarico, nell’anno in cui stava lavorando a composizioni come il Concerto per pianoforte e orchestra n.27, Die Zauberflöte (Il flauto magico), La clemenza di Tito, l’Ave verum corpus e il Concerto per clarinetto e orchestra. Insomma, il lavoro non mancava, anzi, aumentava, mentre le forze iniziavano a venir meno e si faceva in lui sempre più strada l’intuizione della propria fine, ormai terribilmente vicina. Il Requiem rappresentava in quel momento un personale dialogo con la morte: la disperazione e il terrore del Dies irae e del Confutatis maledictis contrastano la dolcezza del Recordare e la tristezza del Lacrymosa. Nel Tuba mirum, le quattro voci soliste, dal registro più grave a quello più acuto, intervengono una dopo l’altra, manifestando ognuna una reazione diversa di fronte al richiamo della tromba (interpretata nel brano dal trombone tenore), con cui si risvegliano i morti nel giorno del giudizio. Il 5 dicembre del 1791 Mozart morì e l’opera rimase abbozzata e incompiuta. Se oggi noi possiamo ascoltarla nella sua interezza, lo dobbiamo ad almeno uno dei suoi allievi: Franz Xaver Süssmayr. Fu principalmente lui a completare l’orchestrazione di gran parte della Messa e ad aggiungere gli ultimi quattro numeri.2 Mozart, infatti, aveva solo terminato l’Introitus e il Kyrie, lasciando la linea del basso e le quattro parti vocali sino all’Hostias. Grazie alla moglie Constanze,3 già sul finire del secolo il Requiem divenne uno dei brani più conosciuti ed eseguiti del celeberrimo compositore austriaco.

Manoscritto autografo dell’incipit della Messa da Requiem
Messa da Requiem – Requiem e Kyrie

Sempre a Vienna, trentuno anni dopo, Franz Schubert lasciava inconclusa la sua ottava sinfonia.4 Oltre all’allegro moderato e all’andante con moto, la stesura di un frammento del terzo movimento lascerebbe pensare infatti a un mancato completamento di un progetto più grande, in quattro movimenti canonici. Ancora oggi i musicologi si dividono sul motivo della sua incompiutezza. In questo caso, in effetti, non ci sono di mezzo problemi di salute: il compositore morirà sei anni più tardi, nel 1828. Fu poi grazie al direttore d’orchestra Johann Ritter von Herbeck che l’opera venne riscoperta ed eseguita postuma per la prima volta nel 1865, quarantatré anni dopo la composizione. In questi anni la partitura rimase in possesso di un esponente dell’Unione Musicale Stiriana di Graz: Anselm Hüttenbrenner, amico di Schubert, che aveva ricevuto lo spartito, in segno di ringraziamento, dopo averlo nominato membro onorario.

Dipinto anonimo raffigurante Graben (una delle vie centrali di Vienna) all’epoca di Schubert
Sinfonia N°8 “Incompiuta” – I. Allegro moderato

I critici tradizionalisti la considerarono semplicemente incompiuta, ma diversi studiosi, da allora fino ad oggi, si sono espressi in favore di una scelta precisa voluta dal viennese. Schubert avrebbe deciso di sua spontanea volontà di non continuare la sinfonia, forse per non compromettere il livello raggiunto dalla musica nei due movimenti iniziali. L’introduzione dell’opera, dal clima lugubre e mesto, è affidata ai violoncelli e ai contrabbassi. Queste otto battute5 caratterizzano l’intera sinfonia e il loro motivo6 ritorna inesorabilmente anche dopo la calma raggiunta con il secondo tema. Siamo davanti alla prima sinfonia propriamente romantica della storia: il tema della dimessa accettazione della morte, tipicamente schubertiano, è il punto focale di tutto il lavoro. La felicità raggiunta è solo illusoria, una condizione irraggiungibile. A trasmetterci questo messaggio è la drammatica pausa dell’intera orchestra dopo l’enunciazione del secondo tema in sol maggiore. Nonostante ci siano soltanto due movimenti, la sinfonia è un esemplare di spiccato valore musicale e rappresenta in qualche modo una forma di senso compiuto. In una forma “aperta”, invece, ci è giunta Turandot di Giacomo Puccini. Opera lirica7 in tre atti su soggetto del drammaturgo settecentesco Carlo Gozzi; l’unica tra le dodici opere del compositore lucchese con ambientazione fantastica e la seconda, dopo Madama Butterfly, dal carattere esotico.8 Ci troviamo per l’appunto in Cina: la principessa Turandot concederà la sua mano solamente a chi saprà risolvere i tre enigmi proposti. Calaf, figlio del re tartaro spodestato Timur, riesce nell’impresa. Turandot, che mai avrebbe voluto maritarsi, è sconvolta, così il principe le offre una nuova sfida: se ella riuscirà a scoprire il suo nome prima dell’alba, egli potrà essere giustiziato. Nel frattempo Liù, la serva fedele del vecchio Timur, che si era invaghita di Calaf, si presenta alla principessa dicendo che lei soltanto è a conoscenza del nome del principe ignoto. Subisce le torture più atroci, ma per amore, non rivela il nome; dopodiché estrae un pugnale, con cui si uccide. Puccini iniziò a lavorare all’opera dal 1920 insieme ai due librettisti9 Giuseppe Adami e Renato Simoni, e in tre anni riuscì a completare la partitura fino a quest’ultima scena. La malattia alla gola, però, costrinse Puccini a farsi visitare, e dalla diagnosi fu rivelato un tumore in uno stadio ormai troppo avanzato per operarlo. Solo a Berlino e a Bruxelles avrebbe potuto farsi curare. Egli scelse la seconda città, e portò con sé ventitré fogli di appunti per il finale dell’opera. Nonostante gli ultimi sforzi, il 29 novembre del 1924 Puccini morì sotto i ferri, e lasciò ai posteri un finale “aperto”. L’anno successivo, Toscanini,10 che seguiva la stesura dell’opera insieme al compositore stesso, ne affidò il completamento al napoletano Franco Alfano,11 con la supervisione della casa editrice Ricordi. L’operista consegnò la partitura del finale, ma gli furono respinte ben 109 battute (più di un quarto del lavoro!), perché non si era attenuto agli ultimi appunti di Puccini. Il finale che oggi noi siamo abituati ad ascoltare, risulta dunque privo di una ponderata continuità del discorso, a causa, per l’appunto, dello squilibrio dato dai numerosi tagli apportati.

Copertina del 1926 dell’opera Turandot di Giacomo Puccini

La prima esecuzione dell’opera, in ogni caso, non presentò al pubblico il finale di Alfano: Toscanini, che si trovava a dirigere l’orchestra del Teatro alla Scala di Milano in quel 25 aprile 1926, decise infatti di interrompere l’esecuzione dopo l’ultima pagina scritta dal maestro, per l’appunto quella della morte di Liù, voltandosi verso la platea e pronunciando la famosa frase «Qui il maestro è morto». La storia trova la sua conclusione quando Calaf, dopo aver rimproverato Turandot per le crudeltà e le sofferenze che aveva procurato, non riesce a resistere alla forza dell’amore. Seppure il giovane decida di rivelarle il suo nome, la principessa non lo fa giustiziare, ma anzi, lo bacia appassionatamente. 

Turandot – Atto I, “Non piangere Liù”

1 Con Messa da Requiem, spesso volgarmente detta anche “Messa da morto”, si intende una messa costituita da un insieme di brani musicali su testo latino, finalizzati alla commemorazione di un defunto

2 Mozart scrisse e abbozzò i primi quattro numeri: Introitus, Kyrie, Dies irae e Offertorium, mentre Süssmayr compose gli ultimi quattro: Sanctus, Benedictus, Agnus dei e Communio (quest’ultimo costituito dalla ripresa testuale dei primi due numeri di Mozart)

3 Fu Constanze, subito dopo la morte del marito, a preoccuparsi di far completare la partitura per farla eseguire in Germania e in Europa, senza specificare le operazioni degli allievi di Mozart. In questo modo l’opera conquistò la sua fama e per decenni (fino al secolo successivo inoltrato) non si discusse sulla sua autenticità 

4 Con il termine sinfonia si intende un componimento orchestrale costituito generalmente da quattro movimenti, di solito il primo allegro, un secondo movimento lento, terzo un minuetto con trio e come finale un movimento rapido

5 Nella notazione musicale, la battuta (o misura) è la suddivisione dei valori di durata di note e pause sul rigo musicale

6 Con il termine motivo si intende, in musica, una figura melodica

7 Con il termine opera si intende una rappresentazione teatrale divisa generalmente in atti, quadri (tableaux) e scene, in cui è prevista la presenza di orchestra, cantanti solisti e coro. Solitamente si dividono in opere serie e buffe e possono avere dialoghi parlati (recitativo) e parti solistiche spesso di virtuosismo (aria)

8 Con il termine esotismo si intende, in musica, un fenomeno di ricerca e imitazione delle culture lontane (in particolare di quelle orientali), che hanno influenzato lo stile compositivo di molti autori, soprattutto a partire dalla seconda metà del XIX secolo

9 Con librettista si intende colui che compone o riarrangia i versi per un’opera lirica

10 Arturo Toscanini (1867-1957) fu uno dei direttori d’orchestra più importanti della sua epoca. Fu a capo dell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano e della NBC Symphony Orchestra di New York

11  Franco Alfano (1875-1954) fu un compositore che raggiunse la sua fama con l’opera Risurrezione nel 1904

Bibliografia:

  • Classica, i musicisti, le opere, la società: volume II, Wolfgang Amadeus Mozart, Eduardo Rescigno; Fabbri Editori
  • Giacomo Puccini, L’arte internazionale di un musicista italiano, Michele Girardi; Marsilio
  • Guida alla musica sacra, C. Bolzan; Zecchini Editore
  • Guida al Teatro d’Opera, A. Nicastro; Zecchini Editore
  • Il mondo della sinfonia, U. von Rauchhaupt; Trento procaccianti editore
  • I maestri della musica, volume I, C. Casini; istituto geografico De Agostini
  • Storia della musica, Dal Settecento all’età contemporanea, Andrea Malvano; Le Monnier Università
  • Storia della musica in Occidente, D. J. Grout; Feltrinelli
  • Storia della musica, Baroni, Fubini, Santi, Vinay; Einaudi
  • The Symphonic Repertoire volume II, A. P. Brown; Indiana University Press

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