Indice:
- Genesi ed evoluzione
- Un patrimonio inestimabile
- La voce delle trincee
- Analisi di un linguaggio musicale caratteristico
Da sempre la musica accompagna i passaggi cruciali della vita: è lo spirito che accende la gioia di un rito nuziale o l’abbraccio che colma dolcemente il silenzio di un addio. Tuttavia, la sua forma più autentica e sincera traspare quando si fa rifugio, divenendo lo sfogo necessario di un’anima sconsolata. Come suggeriva Proust, la musica non è un concetto intellettuale ma un linguaggio a sé stante, capace di arrivare dove le parole si fermano. Ecco perché essa è sempre stata la linfa della cultura popolare, dove non importa “chi” racconta ma “cosa”. È proprio lontano dai teatri prestigiosi, tra la polvere delle strade, che nascono le melodie più profonde, dalle menti di volti ignoti. In Italia, questo bisogno di espressione ha trovato il suo terreno più fertile tra le vette. In questo articolo tratteremo i canti dei soldati Alpini: non semplici canzoni montanare, ma grida spontanee nate dal freddo e dalla fatica, nel fango delle trincee della Grande Guerra del ‘15-’18, dove il canto era, in molte situazioni, l’unico strumento per ricordare la propria umanità.

Era una notte che pioveva
e che tirava un forte vento;
immaginatevi che grande tormento
per un Alpino che sta a vegliar!
A mezzanotte arriva il cambio
accompagnato dal capoposto:
«Oh sentinella torna al tuo posto
sotto la tenda a riposar!»
Quando fui stato ne la mia tenda
sentii un rumore giù per la valle,
sentivo l’acqua giù per le spalle,
sentivo i sassi a rotolar.
Mentre dormivo sotto la tenda
sognavo d’esser colla mia bella
e invece ero di sentinella
fare la guardia allo stranier.
I canti degli Alpini ebbero la loro maggior diffusione e produzione mentre si difendevano i confini durante la Grande Guerra e, come si intuisce dal testo di Era una notte che pioveva, costituiscono, nella maggior parte dei casi, una testimonianza di come si viveva nelle trincee. C’è da precisare, in ogni caso, che non tutti i canti dedicati alle eroiche imprese dei soldati nacquero durante la guerra: diverse canzoni furono composte da musicisti professionisti, definite “d’autore” e ancora oggi in commercio, come l’inno ufficiale del corpo degli Alpini. L’approfondimento condotto in questo articolo tratta solamente quelli di origine popolare.

Genesi ed evoluzione:
In origine, i canti degli Alpini non erano i complessi intrecci polifonici che ammiriamo oggi. Si trattava, infatti, di semplici monodie: melodie nude, cantate all’unisono da uomini sottratti al lavoro dei campi o delle botteghe e spesso privi di qualsiasi istruzione musicale. In guerra, il canto non persegue un fine estetico ma aiuta piuttosto il benessere psicologico; per gli Alpini era un momento di aggregazione, uno sfogo collettivo. È fondamentale, però, che l’ascoltatore contemporaneo sia consapevole di un particolare importante: le incisioni di cui possiamo fruire oggi, realizzate a posteriori della Grande Guerra, non sono delle riproduzioni fedeli. Quello che ci è giunto, infatti, è un patrimonio rielaborato e nobilitato. Dopo il conflitto, diversi ex-militari, uniti dai legami affettivi nati sul fronte, formarono piccoli cori amatoriali, dove i racconti e gli aneddoti della guerra rivivevano attraverso l’intonazione delle melodie a loro più care. In seguito, quello che prima era un repertorio esclusivamente orale, passò a essere eseguito in concerto, dopo un intervento colto: i semplici temi dei soldati furono armonizzati da musicisti professionisti che, aggiungendo parti vocali distinte, diedero vita a quella che noi tutti oggi riteniamo, erroneamente, come la “classica” suddivisione dei cori degli Alpini in quattro parti vocali. Tra le formazioni vocali nate durante il primo dopoguerra, una si è distinta tra le altre: il Coro della S.A.T. (Società Alpinisti Tridentini). Esso ha giocato un ruolo cruciale nel processo di nobilitazione del canto degli Alpini, condividendo i sentimenti dei soldati delle alte cime con il pubblico di tutto il mondo, svolgendo tournée internazionali da Berlino a New York, superando definitivamente l’impronta amatoriale delle origini.

Fondato ufficialmente a Trento il 25 maggio 1926 su iniziativa di Nino Peterlongo, che convinse i cantori riuniti attorno ai fratelli Enrico, Mario, Silvio e Aldo Pedrotti a debuttare nella Sala Grande del Castello del Buonconsiglio, il coro ottenne un successo immediato. Quella che era nata come una formazione semi-amatoriale crebbe rapidamente in prestigio, arrivando nel 1938 alla prima incisione discografica con la Columbia: un 78 giri contenente nove brani. Da allora, tra tour internazionali e una produzione in studio che vanta oltre trecento titoli, il Coro della S.A.T. è diventato una memoria vivente. A consacrare questo repertorio sono state le raffinate armonizzazioni di maestri come Giorgio Federico Ghedini e Arturo Benedetti Michelangeli, che hanno trasformato le melodie popolari in vera e propria musica d’arte. Oggi, grazie all’eredità di questi cori di ex soldati, quelle melodie nate nel dolore e nella fatica continuano a parlarci, dimostrando come la semplicità del linguaggio possa veicolare messaggi di universale profondità. Con oltre centoquaranta cori iscritti all’ANA (Associazione Nazionale Alpini) e innumerevoli formazioni spontanee, i canti degli alpini continuano a vivere, ma è bene ricordare che ogni esecuzione è un ponte tra la semplicità delle origini e la complessità della scrittura musicale moderna.
Un patrimonio inestimabile:
L’Associazione Nazionale degli Alpini, per preservare questo patrimonio immateriale ed evitare che i rimaneggiamenti dei cori snaturassero le melodie originali, nel 1967 costituì la Commissione per la difesa del canto alpino, che individuò — dopo un anno di lavoro — una raccolta di canti dalle “inconfondibili caratteristiche”. Molti canti hanno un’origine incerta. Le uniche testimonianze risalgono alle memorie scritte dai colonnelli dell’epoca, i quali annotavano nei diarii i brani più cari al proprio battaglione. Tuttavia, tali cronache non garantiscono la paternità assoluta dei canti: è probabile che molte melodie fossero nate altrove e si fossero poi diffuse tra i diversi battaglioni per osmosi.Per lo stesso fine di tutela della memoria orale, diversi giornali di guerra — durante e dopo il conflitto — pubblicarono i testi dei canti. Tra questi, il settimanale L’Alpino, fondato dopo la guerra nel 1919 e redatto ancora oggi dall’ANA, ha pubblicato per diversi decenni testi di canti impressi nelle memorie dei sopravvissuti. Tra gli archivi giornalistici di canti degli Alpini più ricchi non si può non citare quello del giornale di guerra L’astico, nel cui diciassettesimo numero, datato 6 giugno 1918, pubblicò una call to action attraverso questo annuncio:

Grazie al lavoro dei giornali e delle associazioni di ex-combattenti, oggi disponiamo di una vasta raccolta di canti. Sulle stesse melodie esistono diverse versioni di testo, più o meno congruenti e complete. Le strofe mancanti o incerte sono state ricostruite dalla Commissione per la difesa del canto alpino grazie ai sopra citati archivi, attraverso un attento lavoro di incrocio delle fonti.
La voce delle trincee:
Questi canti venivano composti tra le linee di trincea e intonati per sollevare il morale, spesso ispirandosi alla nostalgia di casa. Molti testi, infatti, rievocano la quotidianità dei soldati prima della leva, descrivendo una vita fatta di semplicità. Tra questi, Dove sei stato mio bell’alpino e Mamma mia vienimi incontro.
Dove sei stato
Mio bell’alpino
Che ti ha cangià colore?
L’è stata l’aria
Del Trentino…
Che mi ha cangià colore
I tuoi colori ritorneranno
Questa sera a fare l’amore
Dal testo si evince che i soldati, durante le missioni, si sentivano innanzitutto degli stranieri, perché arruolati da giovanissimi e mandati lontano dalle proprie terre natali. Il corpo degli Alpini, istituito nel 1872, è il più antico tra i corpi di fanteria leggera da montagna. Esso si è distinto soprattutto durante la Grande Guerra contro i soldati austroungarici, lungo i confini italiani del nord-est, e, non a caso, questa canzone è ambientata proprio in Trentino. Nonostante in questo testo non vengano menzionate battaglie, emerge chiaramente quella lontananza da casa che trasforma fisicamente e psicologicamente, proprio come quando, passando molto tempo all’estero, si cambia accento o abitudini. La terza strofa in particolare riassume questo processo con un’immagine potente: l’Alpino che, tornando a casa, si rende conto che l’aria del Trentino ha come mutato il colore della sua pelle.
Il corpo degli Alpini, però, non è stato dispiegato solamente lungo i confini del Nord Italia. Molti anni prima, nel 1888, durante la prima missione estera, esso fu inviato in Africa, continente nel quale fece ritorno più volte durante la sua storia, per combattere le guerre coloniali del Regno d’Italia. Non è affatto insolito, perciò, trovare riferimenti anche a queste missioni, sempre vive nella memoria dei battaglioni. La prima strofa della canzone Mamma mia vienimi incontro recita proprio così:
Mamma mia vienimi incontro
vienmi incontro a braccia aperte
io ti conterò le storie
che nell’Africa passò.
La melodia di questa canzone fu ricostruita dal Coro della S.A.T. a seguito dell’interessamento del conte ing. Paolo Caccia Dominioni, che riuscì a mettere in contatto i fratelli Pedrotti con alcune persone che ricordavano esattamente il motivo musicale dopo averlo ascoltato dalla viva voce di un combattente, reduce dalla battaglia di Adua.1 Un testo più completo, di otto strofe invece che di cinque, fu pubblicato nel 1935 su L’Alpino, a cura di un altro reduce dalle guerre d’Africa.
Un altro gruppo di brani riguarda invece le testimonianze della dura vita al limite dell’umano che gli Alpini dovevano affrontare: le melodie risultano essere più malinconiche ed enfatizzano ancor di più le tristi vicende di guerra e le difficili condizioni in cui si trovavano i soldati. Tra queste ricordiamo Monte canino ed Eravamo in ventisette.
Dopo tre giorni di strada ferrata
ed altri due di lungo cammino
siamo arrivati sul Monte Canino
e a ciel sereno ci tocca riposar
Il Monte Canino si trova al confine con l’odierna Slovenia, un tempo parte dell’impero dell’Austria-Ungheria. Le condizioni erano molto dure per i soldati, condotti alla frontiera con tutta l’artiglieria e le provviste necessarie sulle spalle, attraverso sentieri impervi. Ancora oggi la via ferrata che conduce alla cima del monte prende il nome dalla Brigata Julia, unità storica del comando alpino italiano.

Infine, un terzo gruppo è formato da tutte quelle melodie caratterizzate da una spiccata vivacità e solennità, più simili a inni esortativi che a canti popolari, per via del loro scopo di sollevare il morale e incitare il reggimento. Il più famoso in assoluto è Sul cappello: calzante identikit degli uomini con “la lunga penna nera”. Un elemento che accomuna diversi canti, incluso questo, è la presenza di un verso variabile a seconda del numero del reggimento alpino che lo canta, in questo caso presente nel ritornello:
Evviva, evviva il reggimento.
Evviva, evviva il (numero ordinale) Alpin.
La vita al fronte era difficile, ma si trasformava spesso in un sorprendente luogo di incontro tra culture estremamente diverse. A permettere ciò, in primis, erano i soldati portatori di usi e tradizioni dei loro paesi natii, ma talvolta anche i contatti con altre nazioni: il caso della genesi del canto Va l’alpin, basato su una melodia folkloristica russa, risulta emblematico in questo senso. La melodia giunse al fronte italiano tramite i prigionieri irredenti — soldati austro-ungarici di origine italiana catturati dai russi — che l’avevano appresa durante la loro prigionia. Essi, con l’entrata in guerra dell’Italia che si schierò dalla parte della Russia, furono rimpatriati e arruolati nei corpi militari alleati. Il canto russo originale è un inno a Stenka Razin, leader dei cosacchi del Don e figura centrale nelle rivolte russe del XVII secolo. La versione italiana, che non ha nessun legame testuale con quella russa, mantiene il carattere patriottico (“la cantiamo con orgoglio / grande corpo degli Alpin”), facendo però prevalere un sentimento malinconico, con riferimenti alla nostalgia di casa e ai cari lontani (“[il soldato Alpino] corre sempre sulle cime/ sogna mamma e casolar”).

Analisi di un linguaggio musicale caratteristico:
Analizzando più approfonditamente i brani si possono identificare dei tratti caratteristici che definiscono un vero e proprio genere. L’incipit, nella maggior parte dei casi, è segnato da un intervallo di quarta giusta ascendente (o, con minor frequenza, di sesta): uno stilema che ricalca fedelmente le possibilità esecutive del corno naturale alpino. Questo strumento, limitato all’emissione dei soli suoni armonici, ha plasmato l’immaginario sonoro montano. Ne è la conferma il fatto che questo intervallo non lo troviamo solo nella musica popolare di ispirazione montana, ma anche in tutta quella musica d’arte di gusto pastorale, come per esempio la Sinfonia n. 6 di Ludwig van Beethoven Op. 68 — detta per l’appunto Pastorale — o la Eine Alpensinfonie Op. 64 di Richard Strauss.

La costruzione delle frasi segue un’architettura binaria e simmetrica: brevi cellule di due o quattro battute si susseguono secondo lo schema di proposta e risposta. A un’affermazione iniziale segue una replica che può essere identica o leggermente variata nel finale, creando un andamento facile da memorizzare, utile per i momenti di canto spontaneo. A dare dinamismo a questa struttura intervengono spesso cellule ritmiche basate sul punto di valore: questi idiomi ritmici (ben visibili in canti come E la nave s’accosta pian piano o Nui suma Alpin) conferiscono al brano un carattere marziale o un’andatura cadenzata, che richiama il passo della marcia o il ritmo del lavoro.


Sotto il profilo armonico, il repertorio si muove saldamente nell’ambito della tonalità maggiore, con una peculiarità interessante: molte melodie non chiudono sulla tonica, ma sulla terza dell’accordo (la modale). Questa scelta evita la risoluzione perentoria tipica della monodia tradizionale, conferendo al canto un’aura di sospensione, quasi a suggerire che la narrazione — o il cammino — non si sia ancora concluso. La prassi dell’armonizzazione a orecchio, molto diffusa tra gli Alpini, spiegherebbe poi l’assenza di modulazioni complesse.
La tessitura delle melodie in pochissimi casi supera l’ambito dell’ottava, e le trascrizioni ufficiali della Commissione per la difesa del canto alpino registrano come nota più acuta il RE3 (con alcune eccezioni per il MI3, ma raggiunto sempre al culmine di un passaggio scalare o per grado congiunto). La tessitura risulta quindi molto comoda per un tenore e facilmente intonabile anche da una voce baritonale, proprio perché i corpi Alpini erano composti solamente da uomini comuni e non da cantanti professionisti.
Ti è piaciuto l’articolo? Condividilo con i tuoi amici aiutandoci a crescere, ogni contributo è importante per noi!
1 La battaglia di Adua fu il momento culminante e decisivo della guerra di Abissinia. Si combatté il 1º marzo 1896 nei dintorni della città etiope di Adua tra le forze italiane comandate dal tenente generale Oreste Baratieri e l’esercito abissino del negus Menelik II. Gli italiani subirono una pesante sconfitta
Bibliografia:
- Canti degli Alpini, Commissione per la difesa del canto alpino; Associazione Nazionale Alpini, Bologna 1968
- Note del blocket LP di Il coro della sat, Coro della S.A.T.; RCA 1976
Sitografia:
- Archivi digitali, Museo storico italiano della guerra
- I canti degli alpini, A. Benedetti, Associazione Nazionale Alpini
- La storia, Coro della S.A.T.
Discografia:
- Anthology, Pt. 5. For the 100th Anniversary of B.A. Alexandrov, “Ensemble of Alexandrov” of the Ministry of Defense of Russia; FSBI 2019
- Il coro ‘97, Coro Brigata Alpina Julia Congedati; Brigata Alpina Julia 1997
- I veri canti degli Alpini vol. 1, Coro Grigna; Fonola dischi 2005




Iscriviti alla nostra newsletter: una volta al mese con articoli, interviste e i migliori concerti dal vivo e in streaming.