Come ben saprete si avvicina sempre più la tanto attesa Prima alla Scala, che il 7 dicembre di ogni anno inaugura la stagione del Teatro meneghino.¹ La data, scelta definitivamente nel 1951, coincide con la ricorrenza di Sant’Ambrogio, vescovo e patrono di Milano, ma questo spettacolo non si limita a rivolgersi alla sola città lombarda, infatti è divenuto negli anni sempre più un evento di risonanza internazionale, degno di un teatro d’opera quasi senza eguali a livello mondiale.
¹ Per oltre 170 anni l’inaugurazione del Teatro alla Scala è quasi sempre stata nel giorno di Santo Stefano, 26 dicembre, sebbene con qualche eccezione: nel 1929, nel 1930 e nel 1939 era già stato scelto il 7 dicembre
Una scelta ben calcolata
Sarà il Boris Godunov, del compositore Modest Musorgskij, nella versione del 1869 con regia di Kasper Holten ad aprire quest’anno la stagione del teatro. Un’opera russa che torna sul palco milanese a distanza di 113 anni dalla prima rappresentazione italiana, avvenuta proprio al Teatro alla Scala e diretta da Edoardo Vitale (14 gennaio 1909). Come fa notare in una dichiarazione lo stesso direttore musicale Riccardo Chailly, Boris Godunov ha sempre accompagnato la storia del teatro: molto cara a Toscanini che la diresse per quattro stagioni tra il 1922 e il 1927, fu spesso eseguita anche in seguito e tra l’altro fu anche la seconda opera non italiana ad aprire una stagione, il 7 dicembre del 1979 sotto la direzione di Claudio Abbado.²

Ci troviamo nella seconda metà dell’Ottocento, periodo in cui si fanno strada le cosiddette “scuole nazionali”. La composizione si distacca dell’egemonia centralizzata della musica italiana, francese e tedesca, rappresentando uno dei tanti nuovi poli sparsi per tutto il vecchio continente e non solo. In Russia, la cultura musicale di tipo nazionalistico non nasce come rivendicazione di indipendenza politica, ma come ricerca e costruzione di un’identità culturale. Qui i principali protagonisti furono cinque compositori dilettanti (fatta eccezione per Balakirev) noti in Occidente come “Gruppo dei Cinque”: Milij Balakirev, Cezar’ Kjui, Modest Musorgskij, Nikolaj Rimskij-Korsakov e Aleksandr Borodin.³ La loro relativa ignoranza dell’armonia convenzionale e del contrappunto,⁴ da cui deriva anche la concezione di “dilettantismo” associata ai compositori nazionalisti russi, predispose le perfette condizioni per la fioritura di uno stile completamente nuovo: essi furono costretti a scoprire da sé le “regole” dell’armonia usando il materiale a loro più vicino, ovvero le canzoni popolari e il canto liturgico e distaccandosi dalla tradizione europea. Tra le caratteristiche troviamo la scelta dei soggetti nazionali delle opere, l’uso o elaborazione delle melodie folkloristiche e dei canti di natura anche modale,⁵ che contraddistinguono uno stile armonico peculiare.

In questi anni i cinque compositori guardarono con ammirazione all’opera⁶ e, stimolati dall’esempio di Glinka⁷ e di Dargomyzhsky,⁸ si tormentarono alla ricerca di uno stile che potesse rappresentare al meglio il vero animo russo. Sicuramente Musorgskij (1839-1881) fu il più “estremo” nella sua radicale opposizione alla tradizione occidentale e alla fedeltà dei caratteri nazionalisti, ma ad oggi è considerato anche il maggiore “dei Cinque”. Le sue composizioni sono tra le più conosciute a livello internazionale, sebbene la scoperta della sua grandezza si debba piuttosto alla sensibilità del secolo successivo, che non a quella del suo tempo. Tra i suoi primi esperimenti in ambito teatrale, dopo l’accostamento del 1864 al testo della Salammbô di Flaubert, di cui rimangono solo cinque scene,⁹ si accinse tre anni più tardi “con grande ardore” a musicare Ženit’ba (Il Matrimonio) di Gogol’. Il primo atto fu concluso nel 1868 nella stesura per canto e pianoforte, ma nell’autunno dello stesso anno l’entusiasmo per la sua prosa in musica svanì e la commedia fu presto abbandonata. Fu proprio in quel momento, nel settembre del ’68, che il suo amico Vladimir Nikol’skij gli suggerì di trattare la storia dello Zar Boris. Il compositore ne fu così entusiasta che si mise immediatamente al lavoro: in soli due mesi concluse il primo atto e nel dicembre del ’69 l’intera opera, comprensiva di sette quadri.
² La prima opera non italiana ad aprire una stagione del teatro fu il Fidelio nel 1974, diretto da Karl Böhm, che portò ad una serie di esecuzioni di opere “straniere” e che contribuì a dare quella direzione di internazionalità alla Scala e alle sue Prime
³ Si deve al critico d’arte Vladimir Stasov il conio del nomignolo di mogučaja kučka (gruppetto possente) per indicare il “Gruppo dei Cinque”, che si formò verso il 1860 attorno alla figura di Balakirev a Pietroburgo, durante alcune serate musicali. Fu anche tentata la composizione di un lavoro di gruppo, Mlada, che tuttavia non vide mai la luce, se non in un tentativo successivo e solitario di Rimskij-Korsakov
⁴ Nel gergo musicale la parola contrappunto si usa per indicare quel tipo di scrittura compositiva nella quale due o più linee melodiche si sovrappongono seguendo regole ben precise
⁵ La modalità in musica è un sistema codificato di intervalli (distanze tra le note) teorizzati durante il medioevo e utilizzato nella pratica musicale del tempo. In numerosi casi, in Europa e non solo, la modalità è rimasta presente nella cultura folkloristica anche dopo l’avvento della tonalità
⁶ Con il termine opera si intende una rappresentazione teatrale divisa generalmente in atti, quadri (tableaux) e scene, in cui è prevista la presenza di orchestra, cantanti solisti e coro. Solitamente si dividono in opere serie e buffe e possono avere dialoghi parlati (recitativo) e parti solistiche spesso di virtuosismo (aria)
⁷ Glinka fu un compositore russo vissuto tra il 1804 e il 1857, padre riconosciuto dell’opera russa in un paese in cui il melodramma italiano aveva avuto il ruolo di predominio per circa un secolo. Le sue due opere più celebri Žizn’ za tsarja (Una vita per lo zar, 1837) e Rusland i Ljudmila (Ruslan e Ljudmila, 1842) contengono già i caratteri della nascente opera russa, che avrà come indirizzi principali quello storico e quello magico-fiabesco
⁸ Dargomyzhsky fu un compositore autodidatta e pianista dilettante russo vissuto tra il 1813 e il 1869 che pose solide basi per l’opera nazionale, scoprendo la sua vocazione “russa” in un viaggio in Europa degli anni 1843-45. Grazie anche ai consigli e all’esempio di Glinka egli indirizzò i suoi sforzi verso il realismo e si concentrò in particolare sul problema dell’intonazione melodica della lingua russa, che secondo lui doveva essere il più possibile aderente alla lingua parlata. Esempi ne sono l’opera Kamennij gost’ (Il convitato di pietra, rimasto incompiuto) e Rusalka (1848). Tutti questi elementi saranno poi le fondamenta per i compositori russi successivi, che le faranno proprie
⁹ In seguito Musorgskij riutilizzerà parte del materiale musicale sviluppato nella Salammbô, adattandolo per alcune scene del Boris
Boris Godunov, analisi e elementi

Il Boris Godunov è sicuramente l’opera più importante di Musorgskij, nonché l’unica completata dal compositore.10 Redatta in una prima versione tra 1868 e 1869, venne rifiutata dalla direzione dei Teatri Imperiali e poté essere rappresentata solo cinque anni più tardi, nel ’74, in una seconda versione più ampia e meditata.¹¹ Quest’anno l’opera verrà eseguita alla Scala nella prima versione originale (Ur-Boris) in un prologo e tre atti: senza il cosiddetto “atto polacco” e invece con la scena della cattedrale di San Basilio, rimossa nella seconda versione. A mancare sarà dunque anche l’unico vero personaggio femminile di spicco, la principessa Marina Mnišek, aggiunta dal compositore solamente nella versione del 1874. Il libretto è dello stesso Musorgskij, il quale, seguendo le orme di Dargomyzhsky ricercò un profondo “realismo” anche e soprattutto nei testi: la parola doveva essere quanto più vicina agli accenti della lingua russa parlata e al testo poetico, in questo caso l’omonimo dramma teatrale di Aleksandr Puškin. Questi elementi si concretizzano in un recitativo e declamato¹² continuo, che caratterizzano tutta l’opera, in cui generalmente vengono escluse linee melodiche liriche di mero virtuosismo tipiche della cultura operistica italiana. Il capolavoro di Musorgskij non si presenta in una vicenda unitaria, ma piuttosto in una serie di quadri e scene staccate e autosufficienti, caratteristica che corrisponde a quell’abitudine russa di dedicarsi pienamente all’istante, lasciando che l’effetto finale venga raggiunto da un convergere di molti effetti separati.
10 Le successive opere Chovanščina (1872) e Sorocinskaja Jarmarka (La fiera di Sorocinskij, 1874) furono lasciate dall’autore allo stadio di partitura per pianoforte e canto, sprovviste quindi della strumentazione, che fu tentata da molti altri compositori dopo la sua morte prematura
¹¹ Si noti che in aggiunta a queste due versioni originali, furono anche altri compositori a mettere mano all’opera, tra cui Rimskij-Korsakov, che la modificò ben due volte, e Šostakovič. Fu verso la metà degli anni ’20 del ‘900 che le autorità sovietiche incaricarono lo studioso Pavel Lamm di curare un’edizione filologica dell’opera, con una ricostruzione fedele dell’originaria stesura di Musorgskij, che si reimporrà gradualmente nei teatri, sostituendo l’ormai egemone versione rimskiana
¹² Il declamato è una tipologia di canto scandito sulle parole, utilizzato soprattutto nel melodramma moderno
Tra storia, letteratura e musica

Lo scrittore e poeta Aleksandr Sergeevič Puškin incentrò la sua tragedia sulla figura del Boris, immersa nello sfondo storico di un tempo molto oscuro e travagliato della storia russa. Boris Fëdorovič Godunov fu un importante Zar russo che detenne il trono dal 1598 al 1605, durante la cosiddetta “epoca dei torbidi”: periodo di interregno tra due dinastie, quella dei Rjurikidi e quella dei Romanov, dopo la morte di Ivan il Terribile (1584) e di suo figlio Fëdor, del quale Boris era reggente e cognato. Durante il regno di Fëdor, nel 1591, un avvenimento scosse il paese: il secondogenito di Ivan, lo Zarevič Dmitrij, bambino destinato alla successione, morì in circostanze misteriose, a causa di una ferita da coltello. Ancora oggi gli storici si dividono sull’interpretazione di questo episodio, tuttavia, anche se al tempo un’inchiesta stabilì che si trattò di un incidente, il popolo, manovrato dai nemici politici del Boris, considerò la morte del principe come un assassinio e così fece anche lo storico Karamazin.¹³ È questa vicenda a fare da fulcro dell’opera di Musorgskij, la quale apre tramite il prologo con la folla in ginocchio nel cortile del convento di Novodevičij mentre supplica Boris per la successione a Zar. Dopo una certa indecisione, accetta e viene incoronato nella piazza del Cremlino a Mosca. Intanto, in una cella del monastero di Čudov (inizio primo atto), il monaco Pimen racconta al giovane novizio Grigorij, appena destato da un sogno, la scalata al potere del Boris, tra cui anche l’assassinio del principe Dmitrij, che adesso avrebbe, se ancora in vita, la stessa età del ragazzo. In una locanda alla frontiera lituana entrano due frati e il giovane Grigorij, fuggito dal convento e ricercato dalla polizia, costretto ora a scappare dalla finestra dopo aver chiesto indicazioni all’ostessa. Il secondo atto è invece ambientato nelle stanze degli appartamenti imperiali, dove la vita della famiglia Godunov viene interrotta dalla notizia di una rivolta capeggiata da un personaggio misterioso (in realtà Grigorij) che pretende di essere il principe Dmitrij, tornato per reclamare il titolo di Zar che gli spettava. A chiudere la scena le allucinazioni di Boris, tormentato da rimorsi e dubbi sulla morte del ragazzo. Il terzo e ultimo atto si apre invece con la scena della cattedrale di San Basilio, incentrata sulla figura del lamentoso Innocente, per poi spostarsi in una sala del Cremlino, dove è in corso una riunione della Duma dei boiari. In questo momento fa la sua comparsa lo Zar Boris, che in stato di profonda angoscia designa suo figlio Fëdor come successore e muore stremato.
¹³ Puškin e di conseguenza anche Musorgskij utilizzarono come fonte principale la Storia dello Stato Russo di Karamazin, che godette di molta popolarità in una Russia di inizio Ottocento, pervasa da sentimenti patriottici e nazionalistici
Tra arte e politica
La scelta del Boris Godunov come Prima ricade in un periodo storico-politico molto particolare e delicato: l’opera russa verrà probabilmente rappresentata infatti in pieno conflitto russo-ucraino. Bisogna tenere presente che la programmazione era già stata decisa da qualche anno insieme agli interpreti che rappresenteranno l’opera, tra cui il cantante protagonista Ildar Abdrazakov. Sebbene nel febbraio 2022 il Teatro alla Scala abbia allontanato il direttore russo Valerij Gergiev, il sovrintendente Dominique Meyer ha ribadito che il teatro non è per la cancellazione della cultura russa e non ha nulla contro gli artisti russi, ponendosi in chiara opposizione ad una “caccia alle streghe”.
Leggi anche la nostra intervista esclusiva al direttore musicale del Teatro alla Scala Riccardo Chailly
Bibliografia:
- Boris Godunov Guida attraverso il poema e la musica, A. Damerini; Edizioni Caddeo
- Dizionario enciclopedico dell’opera lirica, H. Rosenthal, J. Warrack; Le Lettere
- Guida al Teatro d’Opera, A. Nicastro; Zecchini Editore
- Romanticismo e scuole nazionali nell’Ottocento, R. di Benedetto; EDT srl
- Storia della musica, Baroni, Fubini, Santi, Vinay; Einaudi
- Storia della musica in Occidente, D. J. Grout; Feltrinelli
- The New Grove Dictionary of Opera volume I, S. Sadie; Managing Editor
- The New Grove Dictionary of Opera volume III, S. Sadie; Managing Editor
- The New Oxford History of Music volume IX, G. Abraham; Oxford University Press
- The Oxford Dictionary of Musical Terms, A. Latham; Oxford University Press




Iscriviti alla nostra newsletter: una volta al mese con articoli, interviste e i migliori concerti dal vivo e in streaming.