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Come da consuetudine, anche quest’anno la nostra rivista si occupa della Prima alla Scala: un appuntamento culturale che viene seguito da milioni di persone in tutto il mondo. A inaugurare la stagione operistica 2025/2026 del teatro meneghino, il prossimo 7 dicembre, sarà Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Šostakovič, nella sua versione originale del 1934. La Prima verrà trasmessa in mondovisione e potremo seguirla in diretta televisiva su Rai1 a partire dalle 17:45. Sarà possibile inoltre fruire l’opera su RaiRadio3, Rai1 HD e RaiPlay, dove resterà disponibile in streaming per i quindici giorni successivi all’esecuzione.

L’ascesa e la disgrazia:
All’inizio degli anni ‘30, il giovane Šostakovič (1906-1975) aveva già composto una quantità di musica considerevole, soprattutto in relazione agli esigui anni di carriera trascorsi. L’unico lavoro – tra quelli più impegnativi – ad aver ottenuto un notevole successo di pubblico e di critica, tuttavia, fu la Prima sinfonia, scritta nel ‘23 per il proprio diploma di composizione. La scarsa considerazione riservata alle due sinfonie successive (rispettivamente del 1927 e del 1929), come anche quella per la prima opera Il naso (1928), fu da imputarsi probabilmente allo stile avanguardistico, facilmente criticabile all’interno di un clima politico che si stava facendo sempre più conservatore. Šostakovič fu dunque costretto, per ora indirettamente, ad accontentarsi delle continue commissioni di musiche di scena o di musiche da film, lavorando contemporaneamente a progetti dal carattere forzatamente elogiativo o celebrativo che avevano come scopo l’ottenimento del favore della critica e della RAPM (Associazione Russa della Musica Proletaria), che controllava tutto il panorama musicale sovietico di allora. Nel 1932, in sette mesi relativamente tranquilli e in corrispondenza del suo matrimonio con la biologa Nina Vasil’evna Varzar, Dmitrij completò la partitura della sua seconda opera lirica, anch’essa su soggetto classico: si tratta di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, dall’omonima novella di Nikolaj Leskov del 1865. L’intenzione dell’autore, come annunciato pubblicamente in alcuni articoli di presentazione in vista della prima a Leningrado, fu quella di ritrarre uno dei periodi più oscuri della storia del suo paese, ovvero quello della Russia zarista del XIX secolo. Rifacendosi allo stile primitivo di Leskov e alla spietata crudezza della vicenda, Šostakovič compose dunque un dramma musicale popolare – in continuazione della tradizione ottocentesca musorgskijana – concentrandosi specialmente sulla condizione della donna all’interno della complessa società di stampo borghese-patriarcale dell’epoca. Questa tematica dovette interessargli particolarmente, poiché la sua idea originale era quella di costruirci un’intera trilogia operistica. Poco dopo aver terminato la partitura della Lady, infatti, il musicista stese probabilmente un abbozzo della seconda delle tre opere, incentrata sulla figura di Sof’ja Perovskaja, un’attivista rivoluzionaria di fine Ottocento. La prima esecuzione di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk ebbe luogo al teatro MALEGOT di Leningrado il 22 gennaio del 1934, seguita solo due giorni dopo da una seconda rappresentazione, col titolo Katerina Izmajlova, al teatro Nemirovič-Dančenko di Mosca. Le due denominazioni diverse, quasi certamente, avevano lo scopo di distinguere ancora maggiormente le due produzioni, caratterizzate da scelte registiche opposte: da quella più satirica di Nikolaj Smolič a quella più realistica di Vladimir Nemirovič-Dančenko. In entrambe le sfumature, comunque, l’opera fu acclamata con un grande successo di pubblico e le recensioni furono subito entusiastiche: si parlò addirittura della Lady come del miglior dramma musicale russo mai composto dalla Rivoluzione d’Ottobre. Nei mesi successivi, il nuovo lavoro di Šostakovič fu eseguito in tutto il mondo, non solo nei teatri (come quelli di Praga, Londra, Copenaghen e Cleveland, giusto per citarne alcuni), ma anche all’interno di numerosissimi programmi radiofonici, raggiungendo una eco incredibilmente ampia. Finalmente, dunque, Dmitrij raggiunse una fama degna del suo calibro d’artista. Con i diritti d’autore acquisiti, egli si sistemò stabilmente con la moglie Nina, a cui tra l’altro la Lady è dedicata. Il 26 gennaio del 1936, a una delle ormai consuete rappresentazioni a Mosca – questa volta al teatro Bol’šoj – nel palco reale presenziò niente meno che Iosif Stalin in persona. A opera nemmeno terminata, però, del segretario generale del Partito non ci fu più traccia. Trascorsi due giorni, sulla Pravda apparve, come un fulmine al ciel sereno, Caos invece di musica, un pesantissimo articolo anonimo nel quale la Lady fu attaccata molto duramente. Al musicista di Leningrado si rimproverò di aver messo visibilmente in disparte gli ideali del realismo socialista, in favore dei gusti “contro natura” del pubblico borghese occidentale. L’opera, in effetti, non rispettava in nessun modo i principi della politica culturale stalinista: Šostakovič fece largo uso di procedimenti tecnico-musicali sperimentali, impiegando raramente canti popolari della Madre Russia e focalizzandosi, con un taglio evidentemente pessimistico, sul controverso tema della precaria condizione femminile nell’Ottocento. Tutte caratteristiche che, secondo il Partito, una nuova composizione non doveva possedere e per cui la si poteva bollare come “opera formalista”. Insomma, si trattò di una censura totale, giunta oltre tutto nel momento più inaspettato. Probabilmente, a scatenare effettivamente lo scandalo fu il soggetto dalle eccessive tinte scabrose e sessuali: i principi patriarcali alla base della società sovietica erano stati messi in discussione in maniera troppo evidente. Una Lady Macbeth fu cancellata definitivamente dai programmi dei teatri di tutto il mondo e non venne mai più eseguita in patria sino a dieci anni dopo la morte di Stalin, nel 1963.
Sinossi:
Nella sua stanza da letto, Katerina Izmajlova cerca di prendere sonno, ma dei pensieri ossessivi non le danno tregua: la giovane donna, infelicemente sposata a Zinovij, riflette sulla causa della sua perenne noia e depressione. All’arrivo del suocero Boris, la ragazza resta quasi indifferente, rispondendo a malapena alle sue insolenti richieste. Il ricco mercante, quindi, la redarguisce per la sua pigrizia e per non aver ancora dato un erede a suo figlio, dopo ben cinque anni di matrimonio. Katerina incolpa di ciò il marito e Boris, sdegnato, la ammonisce di non tentare di tradire Zinovij con altri uomini. Quest’ultimo, saputo che la diga del mulino della loro attività si è rotta, è costretto a partire per sistemarla personalmente e, prima di assentarsi, presenta al padre un nuovo lavoratore: Sergej. Boris, però, non permette all’ingenuo figlio di andare via senza prima costringere la moglie a giurargli fedeltà in pubblico. Dunque, umiliata davanti a tutti, Katerina viene forzata a inginocchiarsi e a promettere lealtà. Il secondo quadro, invece, si svolge nel cortile della casa padronale, dove gli strilli acuti di Aksin’ja, molestata da Sergej e dai suoi compagni, richiamano l’attenzione di Katerina. Accorsa sul posto, quest’ultima interviene sedando immediatamente il tumulto e spendendosi a favore del coraggio e della forza delle donne. Sergej, quindi, la sfida in un duello e, nel battersi, i due finiscono a terra uno sopra l’altra. Proprio in quel momento sopraggiunge Boris che, vedendoli in quella posizione equivoca, chiede immediate spiegazioni. La nuora inventa una storia per proteggere Sergej e, a quel punto, il sospettoso padrone sbraita ai braccianti, intimando loro di tornare al lavoro. Il primo atto, infine, si chiude nuovamente nella stanza da letto di Katerina. Mentre questa, sola e stufa, si prepara per dormire, bussa alla porta Sergej, domandando un libro. Impaurita e confusa, la ragazza sostiene di non saper leggere e di non possedere libri e fa per chiudere la porta, ma l’intruso rifiuta di andarsene e le propone di lottare nuovamente. Ignorando il suo dissenso, il nuovo dipendente riesce a cingere Katerina e a farla soccombere alla sua seduzione. Dopo aver consumato la loro unione, la donna dice a malincuore a Sergej di andarsene, sebbene lo riconosca ora come suo unico marito. L’amante, però, non fa in tempo a fuggire che Boris, dopo essersi accertato che la nuora si sia coricata, chiude a chiave la stanza e i due, rimasti soli, si concedono nuovamente l’un l’altro.

È trascorsa una settimana: i due amanti si sono visti di nascosto per ben sette notti ormai. Boris, che non riesce a prendere sonno, si aggira con una lanterna per il cortile di casa Izmajlov, in cerca di ladri. Ripensando alla sua gioventù da libertino, l’anziano mercante si convince di doversi personalmente occupare di quanto suo figlio non sembra interessarsi: placare le esigenze carnali di Katerina. Proprio in quel momento, però, egli ode una voce provenire dalla stanza della ragazza e si avvicina per controllare. Sergej, dopo aver salutato l’amante, si cala dalla finestra, aggrappandosi alla grondaia, ma ad aspettarlo c’è Boris che, dopo averlo bloccato, grida per svegliare i lavoratori, affermando di aver preso un ladro. Dopo essersi fatto portare una frusta, egli chiama Katerina che, affacciatasi alla finestra, assiste impotente ad un orribile spettacolo: la fustigazione a sangue del proprio amato. La giovane, quindi, cerca in tutti i modi di aprire la porta chiusa a chiave della sua stanza, ma invano, e infine decide di calarsi anche lei dalla finestra per correre in salvo di Sergej. Immobilizzata dai servi, però, Katerina non può opporsi alla violenza del padrone, che cessa solo quando quest’ultimo è ormai esausto di percuotere il malcapitato. A questo punto, Boris chiede alla nuora di preparargli qualcosa da mangiare, così da poter recuperare le forze. La donna, quindi, gli porta un piatto di funghi nel quale, però, ha appositamente messo del veleno per topi. Non appena il suocero ne mangia, inizia a sentire un forte bruciore allo stomaco e si accascia al suolo, chiedendo che venga chiamato un prete. Katerina ne approfitta per perquisire il vecchio e, dopo avergli sottratto le chiavi, libera Sergej che nel mentre era stato rinchiuso nella dispensa. All’arrivo del sacerdote, oltre a confessare i suoi peccati, Boris sostiene di essere stato avvelenato e, prima di esalare l’ultimo respiro, addita Katerina, ma tutti credono che stia solo delirando. L’ambientazione del quinto quadro, quindi, torna nuovamente a essere la stanza della padrona, dove ella, dopo aver svegliato Sergej, lo implora di baciarla appassionatamente. Il bracciante, però, sa bene che presto tornerà Zinovij, legittimo sposo di Katerina, e teme che non la rivedrà mai più, ma la compagna lo assicura che farà di lui sia un ricco mercante sia il suo nuovo marito. La fiducia in sé stessa e il rinnovato coraggio, tuttavia, svaniscono di colpo all’apparire del fantasma di Boris che la maledice. Come se non bastasse, la ragazza sente dei passi: è Zinovij che è rientrato a casa e che sta venendo a bussare alla sua camera. Mentre Sergej si nasconde, Katerina cerca di guadagnare quanto più tempo possibile, ma il marito è già alla porta e, dopo aver origliato tutta la conversazione tra i due, domanda insistentemente di entrare. Ai quesiti del mercante, la moglie accampa scuse e menzogne, ma i pantaloni e la cintura dimenticati nella fretta dal suo amante non lasciano spazio a equivoci. Quando Zinovij, per punirla, inizia a prendere Katerina a cinghiate, questa chiama in suo soccorso Sergej. Il marito, quindi, corre verso la finestra per chiedere aiuto, ma ogni tentativo di sottrarsi alla morte è vano: mentre il lavoratore tiene fermo il padrone, la sua consorte lo strangola. Egli spira dopo che il nuovo pretendente lo colpisce alla testa con un pesante candelabro. Il secondo atto si chiude infine in cantina, dove i due complici, dopo aver sotterrato il cadavere di Zinovij, si promettono eterno amore.
Passa del tempo. I due amanti, vestiti in abiti sfarzosi, parlano dinanzi alla porta che conduce alla cantina. È il giorno del loro matrimonio e Katerina confessa a Sergej di aver paura. Egli la rassicura dicendo che non vi è motivo di aver timore dei morti, ma solo dei vivi. Così, guardando al futuro, i due partono alla volta della chiesa. Nel mentre, un contadino si aggira per casa Izmajlov, elevando un vero e proprio elogio al vino e alla vodka. La sua incontenibile brama di alcol lo porta a forzare la serratura della porta della cantina, pensando che in essa vi siano conservati vini pregiati. Non appena entra, però, viene raggiunto da un terribile miasma e, nel controllare che le provviste non siano andate a male, scopre il corpo esanime del padron Zinovij. In preda al terrore, il lavoratore fugge a gambe levate, dirigendosi verso il posto di polizia più vicino. È proprio qui che è ambientato il settimo quadro. Un ufficiale e i poliziotti stanno seduti malinconicamente, lamentando le sofferenze e la miseria in cui versa ultimamente la gendarmeria: stipendi insufficienti e penuria di mance. L’insistente e ripetitiva litania di malcontento viene interrotta solo dall’arrivo di una guardia che ha arrestato un nichilista. Egli afferma di aver compiuto esperimenti sulle rane e di essere venuto alla conclusione che anche loro hanno un’anima. L’insegnante socialista viene subito sbattuto in cella e la lamentela può così riprendere. Proprio quando l’ufficiale vagheggia di poter arraffare qualcosa dalla Izmajlova – che ha commesso l’errore di non invitarlo alle proprie nozze – compare il contadino, che riferisce di aver trovato un cadavere proprio nella cantina della donna. La notizia viene accolta con grande entusiasmo e i poliziotti si affrettano a partire. Il successivo ottavo e penultimo quadro, quindi, vede un capovolgimento nella fortuna della coppia. Nel giardino di casa, i festeggiamenti per gli sposi stanno andando avanti da ore e, nonostante gli ospiti siano già ubriachi, i brindisi non accennano a diminuire. Quando ormai gli invitati iniziano ad addormentarsi, Katerina si accorge che la porta della cantina è stata aperta e, in preda al panico, decide di fuggire con Sergej, lasciando tutti gli affari e il podere di famiglia. Dopo aver racimolato qualche soldo, i due fanno per partire, ma i poliziotti sono già sul posto. Non c’è via di scampo: la donna si lascia legare, mentre il marito tenta di scappare, ma viene subito bloccato e picchiato. Entrambi sono tradotti in carcere e così ha fine il terzo atto. A chiudere definitivamente la vicenda è, infine, il nono quadro, ambientato sulle sponde di un fiume. Una colonna di detenuti in viaggio per la Siberia si sta preparando per la notte. Corrompendo una delle sentinelle, Katerina riesce a raggiungere Sergej, il quale però inizialmente la ignora e poi la allontana, dicendole che gli ha rovinato la vita. Il donnaiolo, quindi, si avvicina a Sonetka, una bella ergastolana, e insieme i due si prendono gioco della mercantessa. L’uomo cerca di sedurre la nuova ragazza, ma questa, prima di concedergli i suoi favori, gli chiede di portarle una coppia di calze, perché le sue si sono bucate. Pur di ottenerne un paio, lo sfacciato galeotto mente a Katerina, dicendole che non sarà in grado di proseguire senza delle calze di lana che gli attutiscano la camminata. In un gesto di altruismo incondizionato, la moglie si sfila le proprie e le dà a Sergej che subito dopo, però, le consegna prontamente a Sonetka. Sotto lo sguardo impotente della legittima sposa, i due forzati si allontanano verso il bosco e la povera Izmajlova resta a indagare la sua “nera coscienza”. Al loro ritorno la comitiva riprende la marcia, ma le due contendenti in amore non arriveranno mai a destinazione. In un impulso di follia, infatti, Katerina spinge Sonetka nel fiume, gettandovisi lei stessa subito dopo. In pochi istanti la forte corrente trascina via entrambe e i condannati non possono che proseguire imperterriti per la loro strada.
Una vicenda di impressionante realismo:
Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk è indubbiamente il capolavoro operistico di Šostakovič. Composto da quattro atti e nove quadri, esso si presenta in una struttura compatta, paragonabile a quella di un mastodontico poema sinfonico1 in cui ogni singola scena ha una sua forma elaborata, anche dal punto di vista musicale. A instaurare un discorso musicale continuo intervengono inoltre degli interludi2 orchestrali (posti tra i vari tableaux): si tratta di un implemento molto moderno, alla stregua del modello operistico che si stava diffondendo nei primi decenni del Novecento, a cominciare da Pelléas et Mélisande di Debussy. Per un soggetto così tragico come quello della Lady, il musicista scrisse una musica terrificante e allo stesso tempo vivace, piena di elementi grotteschi e ironici. Lo stesso Šostakovič definì la sua opera una “tragedia-satira”, in cui l’elemento del grottesco si inserisce sovente all’interno di una vicenda dolorosa che sa solo di tragico. Rispetto all’originale della novella di Leskov, infatti, il musicista di Leningrado – autore del libretto insieme ad Aleksandr Prejs, stesso librettista de Il naso – inserisce diverse scene e personaggi inventati che accentuano la dimensione ironica della trama, come quelli del pope, del contadino ubriaco o dei poliziotti, commentati da una musica estremamente caricaturale e quasi sconnessa dall’immagine rappresentata sulla scena. Le differenze più evidenti tra il racconto originale e il melodramma, però, sono da ricercarsi soprattutto nella figura di Katerina: se Leskov descrive con indifferenza la giovane mantenuta come una donna crudele, una criminale responsabile di ben tre delitti (il terzo, l’omicidio del nipote e co-erede, non compare nella trama dell’opera), Šostakovič in qualche modo sembra voler difendere la sua eroina. Egli vede in lei una rivoluzionaria, ribelle verso una misera esistenza e una condizione di sudditanza, alla ricerca di una libertà dettata dal sentimento amoroso più passionale, istintivo. In questo sta anche la modernità del personaggio di Katerina, ben lontano dagli stereotipi operistici romantici e persino dalle recenti Salome o Turandot: una feroce assassina senza rimorsi, verso cui lo spettatore viene portato comunque a provare un sentimento di solidarietà. Una solidarietà che probabilmente è dovuta dal fatto che gli altri personaggi non sono certo migliori di lei: il marito, Zinovij, appare in pochi episodi come un essere completamente freddo e insignificante; Sergej, lo spregevole amante, si rivela più avido della stessa Katerina e si unisce a lei solo per interessi personali, tanto che smetterà di amarla subito dopo l’arresto; Boris, il suocero, viene presentato come un vecchio estremamente violento e malvagio. Quest’ultimo è il personaggio che ha subito più modifiche dall’originale di Leskov: a inizio secondo atto, per esempio, invece di preoccuparsi semplicemente per la nuora rimasta sola nella stanza come avviene nel racconto, egli racconta della sua fama giovanile di corteggiatore e della sua risorta bramosia sessuale.

La scelta del Teatro alla Scala di presentare Una Lady Macbeth come opera inaugurale di quest’anno, oltre a cadere nel cinquantesimo anniversario dalla morte dell’autore, avviene in un periodo storico particolare, di ostruzionismo verso la cultura russa. A pagare le conseguenze del conflitto bellico russo-ucraino ancora in corso, infatti, sono troppo spesso l’arte, la letteratura e la musica russa. Questo titolo, censurato per quasi trent’anni dal regime totalitario di Stalin, si pone non a caso come simbolo di resistenza all’oppressione politica.
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Bibliografia:
- Šostakovič, Franco Pulcini; EDT srl, 1988
- Dmitrij Šostakovič, Trascrivere la vita intera, Lettere 1923-1975, a cura di Elizabeth Wilson; il Saggiatore, 2006
- Šostakovič, Continuità nella musica, responsabilità nella tirannide, Piero Rattalino; Zecchini editore, 2013
- The New Grove Dictionary of Operavolume II, S. Sadie; Managing Editor
1 Con il termine poema sinfonico si intende un tipo di composizione per orchestra sinfonica che, come caratteristica principale, trae origine da un argomento letterario o comunque extramusicale. Si sviluppa principalmente nella seconda metà del XIX secolo
2 Con il termine interludio ci si riferisce a un breve brano musicale eseguito tra due scene, quadri o atti di un componimento teatrale, come un dramma o un’opera lirica. Il termine intermezzo fu adottato con significato simile dal XIX secolo, soprattutto in ambito operistico




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