La Decima Sinfonia

La vera storia di Niccolò Paganini: anatomia di un mito del violino

“Paganini non ripete”, “Il violinista del diavolo”, “Virtuoso di corde di budella umane”… Sono solo alcuni dei miti che da secoli dipingono l’immagine dell’artista probabilmente più controverso della storia della musica. Ma quale verità si nasconde dietro a quelle che ormai sono diventate espressioni comuni del nostro lessico? Cosa può tuttora affascinarci di questo semidio (o “semidiavolo”?) e cosa, invece, può sfatare questi miti rendendolo più umano ai nostri occhi? In questo articolo ci soffermeremo su un confronto tra realtà e leggenda intorno alla vita del violinista più famoso della storia, per scoprire i confini tra naturale e mistico, e quelli tra puro talento e metodo meticoloso.

Il violinista, il cui cognome sarebbe diventato di fatto un’antonomasia per indicare il genio per eccellenza di ogni disciplina, nacque a Genova nel 1782 con il nome di Niccolò. Dopo aver intrapreso lo studio del mandolino e del violino da autodidatta, a nove anni iniziò a esibirsi nelle chiese del capoluogo ligure e a ventidue accettò il posto di primo violino solista alla corte di Lucca della principessa Elisa Bonaparte (sorella di Napoleone). Strinse amicizia con Gioachino Rossini e Louis Spohr, e nel 1828 si recò a Vienna, dove il successo fu straordinario: il pubblico e la critica lo accolsero con entusiasmo, mentre l’imperatore Francesco II d’Austria lo nominò virtuoso di corte. Compose, tra il 1817 e il 1830, sei concerti per violino e orchestra (celebre il finale del secondo, detto La campanella), oltre a numerose opere da camera, variazioni e composizioni virtuosistiche che ampliarono radicalmente le possibilità tecniche dello strumento. Negli anni successivi alternò tournée europee a periodi di ritiro, continuando a comporre per perfezionare un linguaggio violinistico assolutamente innovativo. Stremato dalla malattia, morì il 27 maggio 1840 a Nizza, cinque mesi prima del suo cinquantottesimo compleanno, in casa dell’allora presidente del Senato del Regno di Sardegna. La sua morte fu circondata da un alone di mistero: il vescovo ne vietò inizialmente la sepoltura in terra consacrata a causa della sua fama di eretico, la quale alimentò ulteriormente la leggenda di un artista in bilico tra genio e dannazione.

Ritratto di Paganini, Eugène Delacroix, 1831
Concerto per violino No. 2 in Si minore, Op. 7, “La campanella”: III. Rondo

Spirito inquieto e tormentato, Paganini, il primo degli artisti maledetti, conquistò il pubblico europeo con la sua eccentrica personalità e il suo frenetico virtuosismo violinistico, che conferirono una dimensione nuova al linguaggio dello strumento. Sicuramente, nessun musicista ebbe mai successo così straordinario e molti critici, persino i più posati, arrivarono a scrivere di aver visto il diavolo guidare il suo arco. Anche Schubert, Chopin e Mendelssohn testimoniarono come Paganini accordasse il violino a un livello straordinario di precisione e non conoscesse problemi di intonazione o di memoria. «Con due dita suona una melodia, mentre con le prime tre pizzica un accompagnamento. Sembrava che a suonare fossero tre persone» disse il magistrato De Ghetaldi in una lettera

Furono la musicalità e la debolezza del suono le uniche due mancanze che gli vennero imputate, la seconda molto probabilmente causata dalla sua fragilità fisica e dalla sua salute precaria. Per di più, un aspetto che può contribuire a smitizzare il suo genio è il supporto, a un talento di per sé stesso notevole, di uno studio di circa sette ore al giorno; si dice infatti che, nonostante il virtuoso lo negasse, una scrupolosa e prolungata preparazione fosse per lui imprescindibile. Un ulteriore elemento che contribuisce a comprendere la sua unicità è il fatto che Paganini non fondò mai una vera scuola violinistica: la sua arte rimase in larga parte inimitabile, trasmessa più attraverso l’ammirazione e l’imitazione indiretta che tramite un insegnamento sistematico. Questo isolamento tecnico contribuì a rafforzare l’idea che esso fosse frutto di un talento irripetibile, piuttosto che di un metodo codificato.

Casa natale di Paganini a Genova, demolita nel 1971

Un aspetto spesso trascurato della figura di Paganini è il suo rapporto con la dimensione “moderna” del divismo. Egli non fu soltanto un virtuoso, ma uno dei primi musicisti a comprendere il valore della propria immagine pubblica: preparava con cura l’arrivo nelle città, alimentava aspettative e, talvolta, lasciava circolare voci contrastanti sul proprio conto. In questo senso, la sua fama non fu solo una conseguenza del talento, ma anche il risultato di una gestione consapevole della propria figura artistica. Incoraggiava sapientemente l’isteria intorno alle sue esibizioni: si allontanava dalle scene per anni prima di riapparire sul palcoscenico ancora più tecnicamente capace.

È evidente che l’aura leggendaria avvolse Paganini fin da subito con un forte contrasto tra dimensione angelica e demoniaca. Secondo le parole della madre, infatti, un angelo sarebbe venuto a farle visita prima della nascita del figlio offrendo un desiderio da esaudire, e la donna chiese di ricevere in dono il più grande violinista del mondo. Quando aveva sei anni, sempre secondo il racconto, il piccolo Niccolò fu considerato morto dopo un attacco di morbillo, venne avvolto nel sudario, ma durante il servizio funebre un movimento inaspettato del corpicino gli evitò una sepoltura del bambino ancora in vita. In seguito, si racconta che il padre, notato il grande talento del figlio, lo rinchiudesse nella sua stanza per farlo esercitare fino a dodici ore al giorno. Quando si liberò dal giogo paterno, Paganini iniziò una vita dissoluta di gioco d’azzardo, eccessi e numerose relazioni, probabilmente come atto di ribellione all’adolescenza negata. Il mistero non lo abbandonò persino da morto: come riportarono dei pescatori che si trovavano vicino al corpo momentaneamente situato a Villefranche-sur Mer, esso avrebbe addirittura evocato misteriosi suoni spettrali notturni.

Paganini nel 1819, in un’incisione di Luigi Calamatta, su disegno di Jean-Auguste-Dominique Ingres

Uno degli aspetti più discussi della figura di Paganini riguarda senza dubbio la sua conformazione fisica, elemento che contribuì in modo decisivo alla costruzione della sua immagine oscura e mistica. Numerose testimonianze tramandano la descrizione di un corpo insolito: estremamente magro, con arti lunghi e una postura irregolare. Si dice che nessun artista riuscisse a catturare i suoi tratti, poiché — come suggeriscono le fonti —  il suo viso aveva un colorito bianco cadaverico, con un naso aquilino molto sporgente e coronato da capelli lunghi, neri e radi. Quando suonava in pubblico, portava degli occhiali dalle lenti blu scuro per riparare dalle luci artificiali gli occhi delicati e infossati. Era questa figura dinoccolata e vivace a incorniciare il suo violino, con gesti stravaganti e plateali.

Ecco una delle numerose descrizioni2 delle sue esibizioni:
Senza la peculiare conformazione del suo corpo, delle spalle, delle braccia e delle gambe, non sarebbe mai diventato lo straordinario virtuoso che oggi ammiriamo. La spalla sinistra è più alta della destra, i tendini sono elastici e i muscoli rilassati nei collegamenti tra polso, avambraccio, mano e falangi. L’insolita flessibilità della mano sinistra veniva sfruttata per raggiungere una doppia estensione.

Al di là delle descrizioni suggestive dei contemporanei, è importante ricordare che Paganini operò in un momento storico in cui la medicina non disponeva degli strumenti diagnostici moderni. Molte interpretazioni della sua fisicità risultano quindi approssimative ai nostri occhi, soprattutto considerando che esse erano spesso alterate da stupore o pregiudizio. Questo rende particolarmente difficile distinguere tra dati reali e costruzioni narrative sviluppatesi attorno alla sua figura. Dal punto di vista strettamente tecnico, alcune delle sue capacità — come la possibilità di coprire intervalli molto ampi con le dita o di eseguire passaggi su più corde con estrema rapidità — sono oggi spiegate anche attraverso fattori biomeccanici: una combinazione di elasticità articolare, allenamento intensivo e sviluppo muscolare specifico. In questo senso, ciò che appariva “mostruoso” agli occhi dei contemporanei può essere reinterpretato come il risultato di un adattamento fisico progressivo alla conformazione dello strumento. Non va inoltre dimenticato che la sua salute fu effettivamente cagionevole per tutta la vita: egli soffrì di diverse patologie, tra cui problemi respiratori e probabilmente infezioni croniche aggravati dalle cure mediche dell’epoca, spesso a base di sostanze tossiche come il mercurio. Questo stato di debolezza contribuì senza dubbio a conferire al suo aspetto quel carattere emaciato e quasi spettrale che tanto faceva colpo sul pubblico. L’idea che la fisionomia di un artista ne determinasse il talento e la capacità intellettiva era molto diffusa all’inizio dell’Ottocento, tuttavia le caratteristiche fisiche del violinista non presentavano anomalie dal punto di vista medico, e a riprova di ciò alcuni medici e scienziati moderni si sono impegnati a mettere in luce la verità scientifica. Per esempio, si scoprì caratteristica discutibile che la mano sinistra di Paganini fosse davvero più grande della destra e, come ci riporta lo scrittore Francois-Joseph Fétis, la straordinaria elasticità del violinista era meramente una delle capacità acquisite agli anni di pratica smisurata.

In questo contesto, la teoria della sindrome di Marfan, introdotta da Schoenfeld nel 1978, si inserì come tentativo postumo di razionalizzare un fenomeno che, per i contemporanei, appariva inspiegabile. Tuttavia, più che una diagnosi, essa riflette il bisogno di trovare una causa “scientifica” a un talento che sembrava eccedere i limiti del corpo umano. Schoenfeld sostenne che Paganini soffrisse di questa anomalia congenita del tessuto connettivo. Il fisico di chi è colpito dalla sindrome di Marfan è spesso alto e sottile in modo anomalo e presenta le dita eccezionalmente lunghe; se questa descrizione può farci pensare immediatamente al nostro virtuoso, la prova che egli avesse i tratti tipici di questa malattia è tutt’altro che convincente. Sappiamo che le mani erano di taglia normale e la loro flessibilità appariva solo quando allungava le dita (il suo medico affermò che riuscisse a flettere lateralmente le falangi). Inoltre fu osservato che Paganini fosse di media altezza, e anche questo elemento non coincide con le teorie del morbo indicato; l’ipotesi più scientificamente credibile dimostrerebbe quindi che il costante e ossessivo esercizio di Paganini potrebbe aver indotto uno strappo cronico nei legamenti della mano sinistra, dal quale sarebbe dipesa l’eccezionale duttilità. Ciononostante, la leggenda ha continuato a prevalere sulla spiegazione scientifica: le immagini delle “mani di ragno” e delle “dita da arpia” rimangono infatti ancora oggi parte integrante del mito paganiniano, come se il pubblico non volesse rinunciare all’idea di un talento che sfiora il soprannaturale e a un’aura demoniaca intorno a esso.

Reale o leggendario, il Paganini che ci è stato tramandato è forse il più onesto ritratto possibile di un artista che visse deliberatamente sul confine: tra disciplina e talento, tra essere umano e mito. E anche se in questo articolo si è tentato di far cadere ogni leggenda, rimane comunque qualcosa di inspiegabile: quella voce del violino che nessuno, prima o dopo di lui, ha saputo evocare allo stesso modo.

1 Lettera di Matthaus de Ghetaldi a Niccolò Paganini, 2 ottobre 1824
2 Dall’articolo del 1831 Notice physiologique et pathologique sur Paganini, nella rivista «Revue de Paris»

Bibliografia:

  • Biographical Notice of Paganini, F. Fétis; Londra, Schott & co., 1876
  • Maestri della musica, vol. II, C. Casini; Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1989
  • Music and Medicine. Medical profiles of great composers, J. O’Shea; Gran Bretagna, Dent and & Sons Ltd, 1990
  • Niccolò Paganini. Epistolario, (a cura di) E. Neill; Genova, 1982

Discografia:

Paganini: Violin Concerto’s Nos. 1 & 2, Netherlands Symphony Orchestra, Rudolf Koelman, Jan Wilem de Vriend; Challenge Classics, 2009

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