La Decima Sinfonia

“Prodigio! incanto!”: Ponchielli e La Gioconda

Non c’è niente da fare: il geniale film d’animazione disneyano Fantasia, del 1940, è ancora ben impresso nella memoria collettiva, in particolare alcune delle sue sequenze più iconiche. Tra queste, uno spassoso balletto che vede protagonisti struzzi, ippopotami, elefanti e alligatori… Nulla di male, naturalmente, nel ricordare col sorriso un capolavoro che ha segnato l’infanzia di molti, eppure quest’anno sembrerebbe proprio quello adatto per guardare con un pizzico di curiosità in più alla musica che fa da “colonna sonora” a questa sequenza. Si tratta di un brano che proprio nel 2026 “compie” 150 anni: la Danza delle Ore di Amilcare Ponchielli (1834-1886) tratta dall’opera La Gioconda, andata in scena per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano l’8 aprile del 1876.

La statua dedicata ad Amilcare Ponchielli ai Giardini Pubblici “Papa Giovanni Paolo II” a Cremona, opera di Pietro Bordini inaugurata nel 1892

Oggi la fama di Ponchielli risulta purtroppo oscurata, da un lato dai “giganti” dell’opera italiana ottocentesca che lo precedettero o che furono a lui contemporanei (Bellini, Donizetti, Rossini ma soprattutto Verdi), dall’altro dagli altrettanto grandi operisti che lo seguirono (Puccini, Giordano, Leoncavallo, Mascagni). Forse però è un pregio, e non un demerito, il fatto che La Gioconda e in generale i lavori di Ponchielli riescano in qualche modo a far convivere, sul piano estetico e compositivo, due mondi differenti. Infatti è possibile trovare sia il modello del grand-opéra francese e delle opere che i maggiori compositori italiani, Verdi in testa, avevano scritto fino a quel momento, sia un tipo di teatralità e di scrittura vocale che talvolta sembra precorrere il verismo musicale, destinato a diffondersi in Italia in particolar modo dopo lo strepitoso successo di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni (del 1890).

In ogni caso, Ponchielli fu senza dubbio una figura importantissima nel panorama musicale italiano dell’Ottocento, e proprio con il melodramma La Gioconda ottenne un grande successo che ebbe un’eco internazionale. Il compositore purtroppo se lo poté godere solo per il decennio di vita che gli restava: si spense prematuramente a Milano all’età di cinquantun anni a causa di una polmonite.

Il grande prestigio e la fama che seguirono al trionfo de La Gioconda furono in realtà il culmine di un percorso graduale che l’autore compì a partire dal minuscolo paesino in cui nacque, Paderno Fasolaro (non lontano da Cremona) che dal 1950 prese in suo omaggio il nome di Paderno Ponchielli. Inizialmente però la carriera del compositore fece fatica a “decollare”, anche a causa del suo carattere: come spesso traspare dalla sua corrispondenza, Ponchielli si dimostrava timoroso, insicuro, pieno di dubbi, nonostante un talento fuori dal comune che non aveva tardato a manifestarsi sin da giovanissimo. A soli nove anni, infatti, superò la difficile prova di ammissione al Conservatorio di Milano, nel quale rientrò molti anni dopo (nel 1881) non più come studente bensì come maestro di composizione — con lui si formarono nientemeno che Giacomo Puccini e Pietro Mascagni, che in seguito divennero figure fondamentali per il teatro d’opera del Novecento.

La facciata del Teatro della Concordia di Cremona (oggi Teatro Ponchielli)

Il primo esordio degno di nota dal punto di vista operistico del compositore cremonese fu senza dubbio rappresentato da I promessi sposi (specialmente la revisione del 1872 dopo la prima versione del 1856), tratto dal romanzo manzoniano. La sua produzione operistica proseguì poi con opere come I Lituani (del 1874, su libretto di Antonio Ghislanzoni), fino ad arrivare al confronto con il dramma Angelo, tyran de Padoue di Victor Hugo, dal quale è tratta proprio La Gioconda. Prima di morire, Ponchielli ebbe ancora modo di ispirarsi al grande drammaturgo francese con Marion Delorme, tratta dall’omonimo dramma e rappresentata al Teatro alla Scala nel 1885.

È dunque sulla scia della già citata apprezzatissima revisione de I Promessi sposi, andata in scena al Teatro Dal Verme di Milano, che Giulio Ricordi commissionò ad Arrigo Boito il libretto de La Gioconda perché Ponchielli lo mettesse in musica. Boito, che firmò i versi con lo pseudonimo-anagramma “Tobia Gorrio”, aveva già scritto il melodramma Mefistofele, ma non aveva ancora collaborato con Giuseppe Verdi — in seguito revisionerà con lui il Simon Boccanegra, ma soprattutto firmerà i libretti dei due ultimi capolavori operistici del Cigno di Busseto: Otello e Falstaff. Il dramma di Hugo dal quale Boito trasse il libretto per Ponchielli aveva in realtà già un precedente adattamento operistico, Il Giuramento (del 1837, libretto di Gaetano Rossi e musica di Saverio Mercadante), e nello stesso anno del debutto de La Gioconda (1876) si diede a San Pietroburgo Andželo di Cesar’ Kjui (libretto di Viktor Burenin), sempre tratto dallo stesso soggetto.

La composizione dell’opera fu particolarmente travagliata: Ponchielli era ansioso per via della possibilità di deludere le aspettative del pubblico e continuamente ipercritico riguardo al proprio lavoro, nonché non del tutto convinto del libretto di Boito, come risulta evidente da alcune sue lettere:

«Io chiesi tempo fa a Giulio [Ricordi] come mi pare di averti detto di posporre ad altr’epoca la composizione della Gioconda, — non assentì. Lui è convinto della riescita. Io, non interamente. Vedremo chi dei due avrà avuto ragione. Mi spiacerebbe che la ragione fosse mia!!! perché sarei (come dicono i cantanti) stroncato in carriera» (da una lettera a Eugenio Tornaghi, 26 maggio 1875)

«Io sto occupandomi per questa Gioconda, ma t’assicuro che più di cento volte al giorno, sono tentato di desistere; le cause sono molte. La prima è che non ho fiducia nel libretto, troppo difficile, e forse non confacente alla mia maniera di scrivere. Siccome poi io sono per natura incontentabile qui lo sono doppiamente, atteso la frequente e troppa elevatezza dei concetti, del verso, e difficoltà di forme, non trovando quelle idee che io vorrei.» (da una lettera ad Achille Formis, 3 giugno 1875)

«Ho ricevuto il di Lei gentil telegramma al quale vorrei far seguire una risposta lusinghiera, e che appagasse i voti di entrambi rapporto al S. martire Giocondo, e che martirizza anche un tale gettandolo in un ginepraio d’incertezze, di sì e no, di pezzi fatti, e poi stracciati, di pentimenti, di paure, di spaventi, di terrori, al punto da alterarsi il fisico, iI morale, porre il malumore in casa, far piangere la moglie […] Ieri a sera pareami aver toccato il cielo col dito, al punto che avevo lo stomaco a pezzi… stamane osservo e ripasso il mio operato… Ahi. delusione! — ecco che non mi piace più!» (da una lettera a Giulio Ricordi, 31 dicembre 1875)

Nonostante tutte le incertezze e i dubbi, Ponchielli lavorò alacremente, concludendo finalmente l’opera. La critica però, in contrasto con il grande successo di pubblico ottenuto sin dalla prima rappresentazione, la ritenne eccessivamente lunga, motivo per il quale l’autore la rimaneggiò in seguito. La nuova versione andò in scena al Teatro Rossini di Venezia il 18 ottobre 1876 e questa volta la critica la considerò migliore sia dal punto di vista della lunghezza, sia per via di alcune modifiche apportate dal punto di vista musicale. Un’ulteriore versione con altri rimaneggiamenti andò poi in scena nel 1880, nuovamente al Teatro alla Scala.

La vicenda dell’opera, ambientata nella Venezia seicentesca, si apre nel cortile di Palazzo Ducale, con una folla giubilante che sta recandosi a una regata. Tra questi c’è il perfido Barnaba, spia del Consiglio dei Dieci. Invaghito della cantatrice Gioconda, viene da lei respinto e decide così di vendicarsi: al termine della regata riesce infatti a convincere il regatante Zuane che la causa della sua sconfitta sia una stregoneria lanciatagli dalla madre cieca di Gioconda, aizzandole addosso la folla che inveisce inferocita. Gioconda e il suo innamorato Enzo Grimaldo, nobile genovese proscritto travestito da marinaio dàlmata, provano inutilmente a difendere la cieca. È però solo grazie all’intervento di Laura Adorno (mascherata) e del suo consorte Alvise Badoero, uno dei capi dell’Inquisizione di Stato, che la folla viene acquietata. La cieca, tratta così in salvo, dona a Laura un rosario dicendole che le porterà fortuna. Enzo rimane solo con Barnaba, che ha scoperto sia la sua vera identità sia la sua relazione segreta con Laura. La spia denuncia i due amanti con una delazione indirizzata al capo dell’Inquisizione; Gioconda vede tutto di nascosto e si strazia per il suo amore tradito. Enzo e Laura decidono quindi di fuggire insieme per mare a bordo di un brigantino, ma Laura, durante un momento di solitaria preghiera, viene sorpresa da Gioconda, che, sua rivale per l’amore di Enzo, la minaccia di morte. Improvvisamente però Gioconda riconosce in Laura la salvatrice di sua madre cieca, perché vede il rosario che tiene in mano, e decide addirittura di aiutarla nella fuga. Il progetto però fallisce, ed Enzo, disperato, incendia la nave.

Rappresentazione de La Gioconda al Teatro Ponchielli di Cremona nel 2022

Le disavventure non si concludono qui: Alvise per vendicarsi del tradimento impone a Laura di suicidarsi con un veleno, ma Gioconda riesce a salvarla sostituendo la pozione fatale con un sonnifero che simula la morte. Durante un ricevimento in casa Badoero viene annunciata la morte di Laura, ed Enzo, sopraffatto dal dolore e ignaro del salvifico stratagemma, si rivela, venendo perciò arrestato. Ancora una volta interviene Gioconda, che promette di darsi a Barnaba in cambio della salvezza di Enzo. Nell’ultimo atto dell’opera Gioconda medita il suicidio, in preda alla disperazione per aver perso l’amore di Enzo e sua madre cieca, smarrita dalla notte precedente. Subito però ci ripensa ed è invece improvvisamente tentata di uccidere Laura, il cui corpo le viene portato di nascosto da alcuni amici che lo hanno trafugato da palazzo Badoero. Presa dal rimorso rinuncia tuttavia al proposito omicida, assistendo al risveglio di Laura e al suo ricongiungimento con Enzo. Dopo la fuga dei due medita nuovamente il suicidio, ma poi cambia ancora idea e decide di scappare. Giunge però Barnaba, determinato a farle rispettare il patto concordato: Gioconda inizialmente finge di stare al suo gioco, poi prende di nascosto un pugnale e si trafigge. Barnaba si china su di lei e le rivela di aver ucciso la madre cieca, affogandola, ma la protagonista è ormai morta e a lui non resta nient’altro che il suo corpo privo di vita.

Tra i brani più celebri dell’opera sicuramente va ricordata la Romanza di Enzo (tenore) Cielo e mar!. Pregna di ardore e desiderio, viene intonata durante il secondo atto prima dell’incontro con l’amata Laura.

Enzo solo.

(guardando il mare)

Cielo e mar! – l’etereo velo

Splende come un santo altare.

L’angiol mio verrà dal cielo?!

L’angiol mio verrà dal mare?!

Qui l’attendo, ardente spira

Oggi il vento dell’amor.

Quel mortal* che vi sospira

Vi conquide, o sogni d’ôr!

Cielo e mar! — per l’aura fonda

Non appar nè suol, nè monte,

L’orizzonte bacia l’onda,

L’onda bacia l’orizzonte!

Qui nell’ombra, ov’io mi giacio

Coll’anelito del cor,

Vieni, o donna, vieni al bacio

Della vita incantator.**

*Ah! quell’uom (versione in partitura)

**e dell’amor (versione in partitura)

Cielo e mar! interpretata da Franco Corelli (Philarmonia Orchestra diretta da Franco Ferraris)

È pure famosissima — nonchè “cavallo di battaglia” di Maria Callas, che la cantò anche nella sua ultima tournée — l’aria Suicidio! della protagonista (soprano) che medita di togliersi la vita nel quarto e ultimo atto. Maria Callas, tra l’altro, aveva debuttato in Italia sostenendo proprio questo ruolo (nel 1947 all’Arena di Verona). Quest’aria straziante attraversa momenti di cupa determinazione, ricordi del passato che riaffiorano, e si conclude con la preghiera di poter “dormir queta dentro l’avel”.

Gioconda sola presso il tavolo guarda il pugnale, lo tocca, poi prende l’ampolla del veleno.

Suicidio!… in questi

Fieri momenti

Tu sol mi resti,

Tu sol* mi tenti.

Ultima voce

Del mio destin,

Ultima croce

Del mio cammin.

E un dì leggiadre

Volavan l’ore;

Smarrii** la madre,

Perdei l’amore,

Vinsi l’infausta

Gelosa febre!

Or piombo esausta

Fra le tenebre!…

Tocco alla mèta…

Domando al ciel

Di dormir queta

Dentro l’avel.

*e il cor (versione in partitura)

**perdei (versione in partitura)

Suicidio! interpretata da Maria Callas (Orchestra del Teatro alla Scala diretta da Antonino Votto)

Il brano senza dubbio più celebre rimane però la Danza delle Ore, collocata alla Scena VI del terzo atto. Alvise Badoero poco prima aveva istigato al suicidio la moglie Laura: quest’ultima si salva fingendosi morta grazie al potente narcotico datole da Gioconda, ma Badoero non lo sa, e dà prova di spietata freddezza e grande cinismo organizzando addirittura una festa a palazzo, durante la quale presenta “una mascherata di vaghe danzatrici”. “Ognuna”, dice, “è ornata / Di bellezza e fulgore / E tutte in cerchio rappresentan l’ore”.

Il brano si divide dunque ne Le Ore del Mattino, Le Ore del Giorno, Le Ore della Sera e Le Ore della Notte.

L’atmosfera de Le Ore del Mattino (in partitura: dell’Aurora), caratterizzate da una prima luce del giorno ancora incerta, viene evocata dall’autore con tremoli degli archi con sordine, rintocchi dei campanelli a tastiera e fugaci figurazioni dei fiati, sino ad arrivare a un poderoso crescendo al cui culmine il coro degli invitati alla festa esclama meravigliato “Prodigio! incanto!”.

Le Ore del Giorno sono contraddistinte dal celeberrimo motivo presentato inizialmente dal flauto e dai violini, in seguito dall’oboe e dal clarinetto.

Le Ore della Sera sembrano invece giungere in punta di piedi, caratterizzate da figurazioni di note staccate che disegnano un motivo esitante e delicato.

Le Ore della Notte presentano una calda melodia affidata ai clarinetti e ai violoncelli.

Dopo un’altra sezione (Andante poco mosso) si giunge infine al trascinante Allegro vivacissimo, e al Con brio conclusivo.

La Danza delle Ore interpretata da Gianandrea Gavazzeni (Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino)

Non ci resta che concludere notando come la Danza delle Ore sia un brano che, estrapolato dal contesto, si presenta leggero, pieno di gioia e vitalità. Certamente la sequenza tratta dal film Fantasia asseconda e sottolinea questi aspetti, complici anche le varie modifiche apportate per l’occasione dal famoso direttore d’orchestra Leopold Stokowski, alla testa della Philadelphia Orchestra. Tuttavia, nel melodramma ponchielliano, l’allegria della danza costituisce invece uno stridente contrasto con l’atmosfera tragica che pervade l’opera, tanto da far emergere una contraddizione terrificante e per certi versi grottesca, capace di tenere col fiato sospeso e col cuore in gola tutti gli spettatori, oggi come allora.

Bibliografia:

  • AA.VV., Amilcare Ponchielli 1834-1886 — saggi e ricerche nel 150° anniversario della nascita, Casalmorano, Cassa Rurale ed Artigiana di Casalmorano, 1984
  • AA.VV., Amilcare Ponchielli, Milano, Nuove Edizioni, 1985
  • Buroni Edoardo, “Io son la mano e tu la penna. Scrivi”. Alcune (scomode) verità sul libretto della Gioconda, tra lettere e documenti, in La Gioconda — Amilcare Ponchielli, Milano, Edizioni del Teatro alla Scala, 2021
  • Cesari Francesco, Franceschini Stefania, Barbierato Raffaella (a cura di), Tuo affezionatissimo Amilcare Ponchielli: lettere 1856-1885, Padova, Il Poligrafo, 2010
  • Della Seta Fabrizio, Italia e Francia nell’Ottocento — Storia della musica a cura della Società Italiana di Musicologia, Torino, E.D.T. Edizioni di Torino, 1993
  • De Napoli Giuseppe, Amilcare Ponchielli — La vita/Le opere/Le onoranze, Cremona, Stabilimento tipografico società editoriale Cremona nuova, 1936
  • Gelli Pietro (a cura di), Dizionario dell’opera, Milano, Baldini&Castoldi, 1996
  • Tobia Gorrio (pseudonimo di Arrigo Boito), La Gioconda — Melodramma in quattro atti musica di Amilcare Ponchielli, Milano, Regio Stabilimento Ricordi, [1880?]
  • Nicastro Aldo (a cura di), Guida al teatro d’opera, Varese, Zecchini editore, 2011
  • Ponchielli Amilcare, La Gioconda : Dramma lirico in quattro Atti di Tobia Gorrio / Musica di Amilcare Ponchielli, Milano, Ricordi, 1916
  • Sirch Lidia (a cura di), Catalogo tematico delle musiche di Amilcare Ponchielli, Cremona, Fondazione Claudio Monteverdi, 1989

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