Indice:
- La nascita di una collaborazione artistica
- Dall’idea alla sua realizzazione
- Otto canti per pianoforte e baritono
Per la prima volta, la redazione de La Decima Sinfonia ha scelto di sfruttare il consueto appuntamento dell’articolo mensile per occuparsi di una nuova composizione, ancora inedita e in attesa di una prima esecuzione assoluta. I protagonisti di cui tratteremo all’interno di questo particolare approfondimento sono il poeta Nicola Muschitiello e il compositore Nicola Elias Rigato. Ringraziamo particolarmente quest’ultimo per aver ripercorso in un’intervista esclusiva il processo creativo dell’opera nei suoi dettagli.
La nascita di una collaborazione artistica:
Il loro incontro avviene in maniera alquanto fortuita, a seguito di un concerto pianistico tenutosi verso la fine del 2024 a Rovigo, città di Rigato. Quest’ultimo, proprio in quel periodo, lavora alla composizione di brani pianistici ispirati a poesie di Baudelaire,1 un autore che Muschitiello conosce molto approfonditamente: egli è infatti riconosciuto come il principale traduttore italiano del poeta francese. È grazie a questo rendez-vous che Rigato scopre la poetica di Muschitiello, appassionandosene fin da subito e iniziando a scorgere, tra le diverse raccolte, dei versi che lo colpiscono particolarmente. L’idea di una possibile messa in musica di alcune liriche si fa presto strada tra le intenzioni del musicista, il quale, dopo essersi confrontato con il poeta, inizia a progettare una serie di canti su poesie tratte da due raccolte di Muschitiello: Lo strazio (1980-1986) e Terra celeste (1999). Si tratta della prima volta in cui i versi dello scrittore pugliese trovano spazio in un’altra dimensione oltre a quella letteraria. D’altro canto, Muschitiello ha sempre dimostrato un vivo interesse per la musica: in passato, infatti, si è impegnato spesso nell’organizzazione di eventi culturali di recitazione-esecuzione con interpreti di prestigio, in cui poesia e musica si fondono indissolubilmente. Durante la composizione dei canti, in maniera simile, i due artisti si accordano per realizzare un evento pubblico che comprenda recitazione e esecuzione musicale a opera degli stessi autori, ideando in questo modo uno spettacolo del tutto inedito.

Dall’idea alla sua realizzazione:
Gli otto canti per pianoforte e baritono sono pensati appositamente per la voce di Damiano Lombardo. È curioso come questi brani non abbiano un vero e proprio ordine prestabilito o una struttura di base. Rigato, infatti, seleziona le diverse poesie in totale libertà e nel pieno del processo compositivo, stabilendo l’assetto definitivo a lavoro già concluso. Il primo numero della raccolta, ad ogni modo, corrisponde anche alla prima poesia di Muschitiello che il musicista scopre: Fa ciò che deve essere fatto. Abbiamo la fortuna di poter ascoltare questa lirica recitata dall’autore stesso in un video caricato durante il lockdown del 2020:
Otto canti per pianoforte e baritono:
Vedo un suono che si leva è il titolo che racchiude lo spirito di questi otto canti: si tratta del quarto verso della poesia Teso il filo dell’aquilone,2 messa in musica come sesto brano. Quest’ultimo ricopre un ruolo centrale all’interno della raccolta, in quanto, grazie alla metafora dell’aquilone che si staglia in cielo, simboleggia l’elevazione spirituale: ideale e fine ultimo del ciclo. Durante il percorso musicale, infatti, vengono a delinearsi tre tematiche principali: l’urgenza (e nella fattispecie urgenza di elevazione), l’amore (inteso come spaesamento totale) e finalmente l’elevazione vera e propria (e quindi l’incontro con Dio in forma di preghiera). Seppure l’ordine degli otto canti sia stato deciso a posteriori, l’organizzazione risultante prevede un cammino catartico che non può essere invertito, poiché, per poter arrivare a parlare direttamente con Dio, sono necessarie alcune di tappe, comprendenti le varie sfere dell’essere.
La raccolta si apre quindi con Fa ciò che deve essere fatto. Fin dalle prime battute, affidate al solo pianoforte, viene a crearsi un clima sospeso, caratteristica comune della poetica di Muschitiello. Nella prima sezione del brano le linee melodiche si muovono con ampia libertà, marcate da un forte cromatismo che genera instabilità e spaesamento. Per la realizzazione musicale, inoltre, Rigato sfrutta la componente fonetica del testo poetico: la prima sillaba del canto gioca infatti sull’ambiguità tra il verbo “fare” (“Fa ciò che deve essere fatto”) e la nota omonima. Sulle parole “si impone”, la scrittura pianistica si intensifica rapidamente per poi smorzarsi bruscamente al sopraggiungere dell’espressione “più lieve”, preparate da un diminuendo del pianoforte ed esposte in piano dal cantante. Il brano è anche carico di madrigalismi: quando la voce intona “osservi il firmamento”, infatti, il pianoforte si spinge verso l’alto, mentre il baritono, analogamente, arriva al suo culmine sulle parole “l’altezza del cuore”. Sempre su “cuore” il pianoforte esegue una rapidissima scala pentatonica che discende verso il registro grave, a evocare la duplice natura del cuore umano, custode insieme di impulsi spirituali e terreni. La dialettica tra azione e riflessione, tema centrale del brano, trova una potente espressione nella poliritmia (tre contro due) introdotta nella parte conclusiva. Qui la voce insiste sul verso “non aspettare l’eternità”, ripetendolo per tre volte, mentre la tensione ritmica del pianoforte prolunga l’attesa di una risoluzione che però non arriva mai.

La stessa atmosfera sospesa e rarefatta la si ritrova all’inizio del quarto brano: A tutti i momenti.3 Il pianoforte sviluppa uno sfondo sonoro in pianissimo, armonicamente destabilizzante, che non raggiunge mai una chiara tonalità di approdo. La voce baritonale si muove in un registro acuto, risultando meno incisiva, proprio come il “divino ladrone” — figura centrale della poesia — che agisce silenziosamente (“senza rompere la serratura del tuo corpo”). Questa ambiguità tra sacro e profano, tra furto e grazia, si riflette nella struttura musicale: a momenti di recitativo, infatti, si alternano momenti più lirici. La prima parte si chiude con un episodio di improvvisazione pianistica, in questo caso simbolo musicale del libero arbitrio.

Segue l’invocazione “benedici il furto, o divino ladrone”, accompagnata da accordi dal carattere liturgico che richiamano l’accompagnamento organistico dei canti religiosi. Il compositore sottolinea questa atmosfera con l’indicazione piano, sacro. Il brano si chiude con un lungo pedale di La di dieci battute, che prepara una coda con cadenza finale a Re maggiore. Ancora una volta, in chiusura, ricompare l’elemento della poliritmia.
Per il compositore, il quinto brano della raccolta rappresenta la sfida più complessa in questo ciclo. Ti ho vista per strada, la poesia scelta per questo canto, è infatti la più breve tra le otto. Si tratta di sei soli versi, privi di azione narrativa, che restituiscono un’impressione fugace: il momento in cui l’io lirico intravede l’amata passare per strada.
Ti ho vista per strada
e ti ho chiamata dentro
di me, come se tu fossi
tanto lontana. E mai
ti ho amata tanto
come quando ti posso chiamare
Il brano musicale è articolato in due sezioni, corrispondenti alla prima esposizione del testo e alla sua conseguente ripetizione. La prima si fonda su un pedale enarmonico di Lab/Sol♯ e su un accompagnamento pianistico arpeggiato che permane durante l’intero brano. L’armonia ruota attorno a un accordo di quarta e sesta, tradizionalmente impiegato nelle cadenze come preludio alla risoluzione. In questo caso, però, esso si trasforma in una figura ossessiva che non risolve mai in maniera definitiva, riflettendo il paradosso del testo: l’atto del chiamare qualcuno “dentro” come se fosse molto lontano, pur essendo vicino.

Il clima rarefatto e statico lascia progressivamente spazio a un’accelerazione del ritmo armonico. Il baritono intona un vocalizzo sulla lettera “m”: un canto senza parole e a bocca chiusa che rappresenta il richiamo interiore dell’amata. Questa sezione di transizione, animata da un crescendo dinamico e da un’espansione dell’estensione vocale, introduce la seconda esposizione del testo, ora carico di una nuova e diversa intensità espressiva: la voce si apre sino al forte e la linea melodica si fa più ricercata. La poesia non è più meditata interiormente, ma si solleva come un grido, e l’accordo di quarta e sesta che aveva dominato la prima parte può finalmente trovare risoluzione, in chiusura, con una cadenza perfetta, naturale e necessaria.

L’ultimo brano del ciclo, Fammi guardare, Dio, il Tuo vento, ha una genesi singolare. Esso si apre con accordi privi di funzione tonale, suonati mentre alcune corde del registro grave del pianoforte vengono tenute in risonanza tramite il pedale tonale. Questa tecnica produce una vibrazione grave, simile a un’eco, che richiama l’acustica all’interno di una chiesa: il luogo stesso in cui il brano è stato effettivamente concepito. Rigato racconta, infatti, di quando si è ritrovato solo all’interno dell’Abbazia di Praglia (antico complesso monastico padovano risalente all’XI secolo) e, sedutosi all’organo, ha improvvisato alcuni accordi e ha ascoltato il suono propagarsi e riflettersi nello spazio sacro. Quel dialogo tra suono e silenzio, tra le vibrazioni dell’organo e la loro risonanza, diventa qui il nucleo espressivo del brano.

Il testo della poesia richiama quasi quello di una preghiera: “Fammi guardare, Dio, il Tuo vento / questa sera, nient’altro”. Il compositore immagina il dialogo con Dio come quello con un’entità che parla la lingua del silenzio, e la musica riflette questa idea: pause calcolate, respiri amplificati, accordi che si dissolvono nel silenzio prima di risolvere. Carico di una spiritualità sonora e contemplativa, questo ultimo brano chiude il ciclo con un invito alla ricerca interiore e all’ascolto del silenzio divino.
La prima esecuzione assoluta della raccolta avverrà il 23 maggio 2025 nella Chiesa Avventista del settimo giorno di Bologna. L’evento è organizzato dall’associazione Il tempo ritrovato e dal collettivo artistico Ianua, entrambi impegnati nella creazione di iniziative culturali. La nostra rivista è onorata di poter far parte di questo progetto, dando il suo contributo di divulgazione per un’opera musicale della contemporaneità.
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1 Si tratta de I fiori di Baudelaire, tre brani liberamente ispirati a poesie tratte da I fiori del male e pubblicati nel 2023 da Futura Modulans. Rappresentano una prima parte di un progetto più ampio
2 Teso il filo dell’aquilone / nella vallata – come nella mia bocca / il tuo nome. / Vedo un suono che si leva / nel vuoto del palazzo, tra le guardie / dei denti – e il tuo corpo / vi è collegato nudo / in stanze d’oro / dove il filo si rompe infinite volte
3 A tutti i momenti viene il divino / ladrone senza rompere la serratura / del tuo corpo, senza violare / l’uscio della tua anima. Niente / viene a rubarti, niente che ti / possa servire veramente. Ruba / la menzogna e il suo armamentario, / la dovizia dei suoi prestigi / e quello che è simile a questo. / E lo benedici. Benedici / il furto. O divino ladrone, dici / nel cuore. A tutti i momenti / lui viene, e tu non te ne avvedi. / Lui viene e tu intanto vivi




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