La Decima Sinfonia

La Bohème

Un ultimo ricordo di giovinezza

Dopo il successo di Manon Lescaut, Puccini sembrò essere preoccupato in primo luogo di cambiare la sua residenza: non sopportava più il caos di Milano, e desiderava tornare vicino alla sua terra d’origine. Scelse con grande entusiasmo di stanziarsi a Torre del Lago (che allora contava poco più di un centinaio di abitanti), situata nei pressi del lago di Massaciuccoli, vicino a Viareggio. In questo posto Giacomo ebbe modo di svagarsi (la caccia era una delle sue passioni e la selvaggina del lago offriva grandi possibilità), di ritirarsi ad una vita calma e tranquilla, perfetta per il suo lavoro, e di fare conoscenze di ogni tipo con gli aristocratici e gli artisti del luogo che si dilettavano con lui. Proprio con questi ultimi Puccini fondò una sorta di club privato, di nome La bohème, nel quale vigeva un regolamento fuori dalle righe: l’unico scopo era lo “star bene” e il “mangiare meglio”; al cassiere era consentito “fuggire con la cassa” ed erano vietati il silenzio, la saggezza e qualsiasi gioco lecito. Insomma, al musicista toscano non mancarono le opportunità di svagarsi e divertirsi con gli amici e soprattutto di condividere con loro le proprie nuove creazioni. Nel frattempo mantenne comunque la casa di Milano, poiché fondamentale per le relazioni lavorative, quelle con l’editore Ricordi e con i librettisti. Dagli anni novanta in poi il lago e la città furono la rappresentazione dei due stili di vita di Puccini.

Veduta del lago di Massaciuccoli 

Pochi anni prima, il 17 maggio 1890, venne rappresentata per la prima volta Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, collega ed ex compagno di studi di Puccini. Il successo dell’opera fu talmente grande da condizionare la tendenza dell’intero panorama del melodramma italiano di fine secolo. Lo stesso Puccini, poco dopo Manon, dimostrò non poca curiosità per un soggetto di Giovanni Verga: la novella La lupa, basata sulla figura di una delle donne più passionali di tutta la letteratura verista. Contemporaneamente però Giacomo informò l’editore Ricordi del suo particolare interesse su un altro soggetto, quello del romanzo Scénes de la vie de Bohème di Henri Murger. Se l’intenzione era quella di lavorare su quest’ultimo, era necessario essere veloci, perché bisognava battere sul tempo Ruggero Leoncavallo, anch’egli interessato allo stesso romanzo. Fu in questa circostanza che avvenne la prima forma di collaborazione con il commediografo e giornalista Luigi Illica e con il poeta e scrittore Giuseppe Giacosa, una coppia di librettisti che si rivelerà determinante per la futura affermazione dell’operista. Il libretto di Bohème, come affermò lo stesso Giacosa, fu scritto «tre volte e certi pezzi quattro e cinque»: da questo dato e dai vari allontanamenti temporanei di Illica da Puccini si intuisce che anche in questo caso il compositore si rivelò estremamente puntiglioso riguardo la creazione e la revisione dei versi dell’opera. Ogni proposta dei due scrittori venne rivista e modificata dal musicista, e spesso capitava che un lavoro di mesi venisse scartato in pochissimo tempo. In ogni caso, se da una parte si fece particolare attenzione per la costruzione drammaturgica dell’intreccio con Illica, dall’altra risultò accurata la definizione della psicologia dei vari personaggi con Giacosa. Le qualità dei due letterati si fusero per cercare di compiacere in tutti i modi l’incontentabile compositore.

Da sinistra verso destra: Giacomo Puccini, Giuseppe Giacosa e Luigi Illica

La vicenda dell’opera ha inizio in una fredda soffitta di Parigi durante la vigilia di Natale. Qui vivono in affitto quattro poveri artisti: il poeta Rodolfo, il pittore Marcello, il filosofo Colline e Schaunard il musicista. Inizialmente soli, Rodolfo e Marcello si lamentano del freddo che ghiaccia le dita e non permette il lavoro, e decidono di sacrificare i fogli del dramma scritto da Rodolfo per accendere la stufa, anche solo per pochi minuti. All’arrivo di Schaunard tutti si animano, poiché in qualche modo egli è riuscito a racimolare un bel bottino. Si decide quindi di andare a festeggiare la vigilia al Quartiere latino. L’arrivo di Benoît, il padrone della soffitta venuto per reclamare la quota dell’affitto, sconvolge momentaneamente i piani, ma l’astuzia dei quattro artisti ha la meglio sull’imprevisto. Tutti escono tranne Rodolfo, che dice di dover terminare il suo articolo. Inaspettatamente bussa alla porta una fanciulla: Mimì, loro vicina di casa, che chiede aiuto a Rodolfo dopo che il suo lume si è spento mentre scendeva le scale. Tra i due è amore a prima vista. Mentre si stanno raccontando la propria vita, dalla finestra si odono le voci dei tre amici di Rodolfo, stizziti perché il poeta non è ancora sceso. Mimì, innamorata di Rodolfo, decide di andare con lui e i suoi amici a festeggiare. A inizio secondo quadro1 i cinque ragazzi fanno qualche acquisto in mezzo alla folla in festa, e poi decidono di pranzare al Caffè Momus, dove Rodolfo presenta Mimì agli amici. A un certo punto però irrompe Musetta, ex compagna del pittore Marcello, che cerca in tutti i modi di farlo ingelosire. Dopo aver allontanato il suo vecchio e benestante accompagnatore Alcindoro, si ricongiunge finalmente con l’antico amante, che in realtà è sempre stato innamorato di lei. Mentre la compagnia di amici si allontana dal caffè, la fanfara della ritirata in marcia chiude la scena del quadro. La narrazione continua con un salto di almeno un mese: all’alba di una fredda giornata di febbraio si sente dall’esterno la voce di Musetta che si esibisce in un cabaret. Mimì giunge camminando sotto la neve e chiede di Marcello, al quale confessa che la sua relazione con Rodolfo si sta facendo difficile per la sua eccessiva gelosia. Il pittore le dice che Rodolfo si trova proprio nel cabaret, e che lo chiamerà per parlargli; intanto Mimì si nasconde per sentire la conversazione tra i due. Rodolfo confessa a Marcello che la vera causa del problema non è la gelosia, ma la paura di non poter assicurare alla povera Mimì, ammalata di tisi, una casa calda e confortevole. La fanciulla piange disperata e si fa sentire da Rodolfo, che commosso la abbraccia. Lei inizialmente vuole andarsene, ma poi insieme capiscono che è troppo doloroso lasciarsi d’inverno, e decidono di rimandare in primavera, «alla stagion dei fior». L’ultimo quadro si apre esattamente come il primo, con Rodolfo e Marcello che rimuginano malinconicamente sui loro amori. Entrano poi gli altri due amici, Colline e Schaunard, che portano momentaneamente allegria inscenando un finto combattimento e una gara di ballo. Il clima frivolo e spensierato, però, viene bruscamente interrotto dall’arrivo di Musetta in soffitta, preoccupata perché ha trovato Mimì sfinita, accasciata sulle scale. Tutti gli amici cercano di fare il possibile per aiutarla: Marcello esce alla ricerca di un dottore, Musetta e Colline vendono i propri averi per raccogliere qualche soldo per delle eventuali cure. Rodolfo e Mimì rimangono soli, e ricordano insieme il loro primo incontro, proprio nello stesso luogo. Mimì riesce a dimostrare in un ultimo momento la sua felicità per aver ritrovato il suo amore, ma le sue forze diminuiscono sempre di più: sospirando pronuncia con fatica le sue ultime parole («Qui amor… sempre con te!… le mani al caldo… e… dormire…») e poi spira, tra le braccia di Rodolfo disperato.

Con La bohème Puccini compì un altro passo avanti rispetto alla precedente Manon Lescaut, perché se in quest’ultima si può ancora scorgere in maniera abbastanza definita la divisione dell’opera in numeri chiusi,2 con Bohème fu affrontato un nuovo stile compositivo, fondato sulla continuazione senza grandi punti di cesura tra un brano e l’altro. Questa è una caratteristica che si trova già nell’ultimo Verdi e che verrà elaborata sempre di più tra Ottocento e Novecento in Italia. Nel particolare, è chiaro che il soggetto di Murger imponga alla musica di adattarsi a un’azione quasi priva di episodi statici. Le espansioni liriche di Rodolfo e Mimì nel primo quadro (le due celeberrime arie “Che gelida manina” e “Sì, mi chiamano Mimì”) fanno quasi da eccezione all’interno della serratissima articolazione del dramma. È da sottolineare anche la coesistenza di elementi comici in contrasto con i temi dell’amore, della povertà e della malattia: l’umorismo, ad esempio, convive con il sentimentalismo nel primo quadro, dove l’episodio dell’innamoramento tra Rodolfo e Mimì viene interrotto in modo buffo dalle urla dei tre amici che aspettano sotto casa («Ehi! Rodolfo! Olà! Non senti?, Lumaca! Poetucolo! Accidenti al pigro!»), subito seguite da una dolcissima esclamazione di Rodolfo verso Mimì («O soave fanciulla, o dolce viso di mite circonfuso alba lunar…»).

Una delle abilità più straordinarie che Puccini mise sempre più in mostra fu quella di saper comunicare tramite la musica quello che solo in un secondo momento viene detto con le parole. Nelle melodie, nelle armonie come nei ricercati timbri dell’orchestra viene già anticipata l’atmosfera del momento della narrazione. All’inizio del terzo quadro, per esempio, lo spettatore viene immerso di colpo nella scena tra i boulevards parigini innevati, grazie al pedale3 grave dei violoncelli e al movimento discendente delle quinte vuote di arpa e flauti, rappresentanti la caduta dei fiocchi di neve. Dalla fanfara in festa del Quartiere latino alla silenziosa e oscura alba del terzo quadro si percepisce un distacco narrativo che passa prima di tutto dalla musica e solo in seguito dalle parole dei personaggi.

Rimane infine una considerazione sulla tecnica compositiva del Leitmotiv,4 già ampiamente utilizzata in Manon Lescaut e fatta propria dal compositore lucchese nella nuova opera. Infatti, evitando di conferire sempre un’unica connotazione a un motivo,5 Puccini riuscì a creare il suo personale modo d’utilizzo della reminiscenza melodica. Per esempio, capita spesso che diversi temi, apparentemente scollegati, siano in realtà correlati grazie a una comune successione di intervalli:6

In rosso il tema per l’arrivo del padrone della soffitta
In rosso l’espansione lirica di Rodolfo durante l’aria “Che gelida manina”

Le due situazioni narrative non presentano nessun tipo di significato in comune, ma sono legate dal movimento melodico, che presenta gli stessi intervalli. È molto improbabile che Puccini si sia servito di questo tipo di espedienti in maniera casuale. Più evidente invece è l’utilizzo nei vari quadri del Leitmotiv che apre l’opera, legato in generale alla vita bohémienne. Sembra che il lucchese abbia usato questo duttile motivo musicale anche per collegare tra loro momenti lontani della narrazione:

Dal quadro I: in verde il tema in questione, suonato da bassi e fagotti in fortissimo e ruvidamente
Dal quadro II: fagotto e viole richiamano lontanamente il tema nel piano
Dal quadro III: un oboe solo, malinconicamente
L’ultimo quadro comincia come era cominciato il primo, con lo stesso motivo suonato stavolta dall’intera orchestra

L’opera debuttò esattamente tre anni dopo e nello stesso teatro della prima di Manon, l’1 febbraio 1896 al Regio di Torino, sotto la direzione del giovane Arturo Toscanini, che poi Puccini avrebbe apprezzato sempre di più come interprete della sua musica. Quel giorno il pubblico non dimostrò un grandissimo entusiasmo, ma è eloquente il numero di rappresentazioni consecutive che l’opera ebbe subito dopo: ben ventiquattro. Ad oggi La Bohème è una delle opere più famose ed eseguite al mondo, e resta il capolavoro che incarna la sofferenza della giovinezza perduta, di un amore felice e spensierato che non ritorna più, stroncato dalla povertà e dalla malattia. Puccini riuscì a immortalare meravigliosamente questo dolore nella più nobile delle arti per farlo vivere in eterno, perché sapeva che in fin dei conti riguarda tutti noi.

Vi proponiamo in questo video il finale dell’opera, nella produzione del Teatro alla Scala del 1965, diretta da Herbert von Karajan.

1 Illica e Giacosa scelsero il termine quadro al posto del più consueto atto per rifarsi alla concezione di Murger, che aveva pensato ai capitoli del suo romanzo come a delle scene pittoriche

2 Con numeri chiusi si intendono le suddivisioni della scena in recitativi e arie. Per secoli il melodramma prima di Wagner è stato caratterizzato da questo tipo di suddivisione

3 Con il termine pedale, in musica, si intende un suono che viene tenuto per un periodo di tempo prolungato. Solitamente si tratta di un suono grave, su cui vengono prodotte una melodia e un’armonia non per forza consonanti con la nota del pedale

4 Il Leitmotiv (in tedesco “motivo conduttore”) è una melodia che ricorre più volte nel corso di un brano musicale poiché strettamente legata a un personaggio, a una situazione, a un sentimento o a un’idea; è per questo usato in larga scala nell’opera e nel poema sinfonico

5 Con il termine tema si indica una frase musicale, ovvero una melodia. Spesso è utilizzato anche il termine motivo con significato simile

6 Con il termine intervallo, in musica, si intende la distanza tra due note musicali

Bibliografia:

  • Puccini, V. Bernardoni; Il Saggiatore
  • Giacomo Puccini, L’arte internazionale di un musicista italiano, M. Girardi; Marsilio
  • Grandi operisti italiani, sezione su Giacomo Puccini a cura di G. Marchesi; Periodici San Paolo s.r.l.

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