Il primo grande successo
Questo articolo fa parte della rubrica PUCCINI100, scopri di più
Siamo nel 1893, Giacomo Puccini ha già trentaquattro anni e non è più il povero artista bohémien che avevamo conosciuto all’epoca de Le Villi ed Edgar: la sua maturazione si nota sia dal punto di vista personale che da quello musicale. È questo l’anno in cui il suo nome diviene noto anche al pubblico più vasto: con Manon Lescaut, infatti, il genio del toscano trova il suo meritato riconoscimento internazionale.

Negli anni successivi a Edgar, Puccini e il librettista Ferdinando Fontana si allontanarono sempre di più, e il loro rapporto di collaborazione artistica fu messo a repentaglio dagli scarsi risultati ottenuti, sia dalla versione originale dell’opera che da quelle largamente revisionate nei mesi e negli anni successivi. I demeriti, come abbiamo osservato nell’articolo precedente, sono da attribuirsi prevalentemente al lavoro di Fontana, e di questo ne era lucidamente consapevole anche l’editore Giulio Ricordi, che non aveva problemi nell’affermarlo anche pubblicamente. I debiti del compositore nei suoi confronti, però, continuarono a sommarsi, e la casa editrice stava già iniziando a fare dei ripensamenti sul talento del lucchese. Se infatti oggi ricordiamo Puccini come uno dei maggiori operisti, molto probabilmente lo dobbiamo anche alle ampie vedute del signor Ricordi, che nonostante la delusione di Edgar era comunque convinto di aver trovato finalmente il degno successore di Verdi. Il ruolo dell’editore milanese fu fondamentale per le sorti del melodramma tra Ottocento e Novecento, perché se da un lato egli si impegnò nel costruire l’ambiente più favorevole possibile per gli esordi di Puccini, dall’altro convinse l’ormai anziano Verdi a fare il suo ritorno in teatro con Otello nel 1887.Per la stesura della partitura della terza opera del toscano dobbiamo aspettare il 1891, anno in cui un altro lutto sconvolse la sua vita privata: la morte del fratello Michele, emigrato in Argentina e stroncato dalla febbre gialla. Fu nello stesso anno che Giacomo scrisse di getto, rinchiudendosi nella sua arte e nella sua sofferenza, la maggior parte della musica della sua futura opera, Manon Lescaut. Il soggetto era stato comunque scelto definitivamente dal 1889, dopo varie proposte di scrittori e letterati che Ricordi stava cercando di affiancare a Puccini. Uno di questi, Giuseppe Giacosa, suggerì un libretto tratto da Delitto e castigo di Dostoevskij, ma alla fine il lucchese scelse curiosamente il romanzo di Antoine François Prévost del 1731: Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut (Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut), che Fontana gli aveva proposto fin dal 1885, convinto di continuare a lavorare col musicista dopo il successo de Le Villi. È sicuramente singolare la quantità di mani che lavorò sul libretto di Manon (almeno cinque paia), e le sue fasi di elaborazione sono così confusionarie da rendere difficile oggi stabilire un ordine cronologico accurato delle varie modifiche. Tutto questo è indice di quanto l’estro di Puccini avesse ormai preso il sopravvento sull’operato di chiunque collaborasse con lui: sembrava davvero difficile accontentarlo e, infatti, alcuni librettisti gettarono la spugna a causa delle sue severe esigenze drammaturgiche. La penna che probabilmente compose i primi versi, nell’estate dell’89, fu quella di un nome molto noto ai giorni nostri, che di lì a poco avrebbe trionfato con il suo atto unico1 Pagliacci: Ruggero Leoncavallo, compositore e librettista. Il rapporto tra quest’ultimo e Giacomo, però, non fu sereno e ciò contribuì sicuramente all’allontanamento di Leoncavallo dalla casa editrice meneghina. Chiusi i rapporti con il musicista napoletano, Puccini stesso si rivolse a Marco Praga, commediografo milanese, figlio del più famoso scrittore Emilio. In un incontro in un bar di Milano databile alla fine del 1889, il toscano chiese a Praga di mettere su carta uno schema dal romanzo di Prévost, che venne verseggiato poco tempo dopo da un altro poeta chiamato in causa: Domenico Oliva. Ricevuti da lui i versi dei primi due atti, Puccini si dimostrò insoddisfatto, e nel settembre 1890 gli chiese una nuova stesura del secondo atto. Inoltre, anche lo schema narrativo originale non lo appagava più, e fu in questo momento che Praga decise di lasciare il progetto. Entro la fine dell’anno, comunque, Oliva consegnò a Puccini l’intero libretto, consapevole però che il compositore ne avrebbe poi modificato il contenuto («al tuo genio completar l’opera mia»2). Rimanevano infatti dei dubbi sui versi del secondo e del terzo atto, e Ricordi chiamò ancora Giacosa, con cui ci si accordò per chiedere consiglio a Luigi Illica. Il contributo di quest’ultimo fu il più significativo: egli introdusse dei personaggi secondari nel secondo atto, si permise di dare consigli musicali e risolse degli importanti problemi drammaturgici. Dopo ulteriori ritocchi, apportati anche da Ricordi stesso, partitura e libretto presero la loro forma definitiva per la prima rappresentazione del febbraio 1893. A causa delle difficoltà nell’intesa tra Puccini e tutti i suoi collaboratori, ci vollero in tutto ben quattro anni.

La vicenda di Manon Lescaut è ambientata quasi interamente in Francia, nella seconda metà del Settecento. In una piazza di Amiens un gruppo di studenti corteggia delle fanciulle e tra questi si distinguono Edmondo e Renato Des Grieux. All’arrivo di Manon Lescaut, Des Grieux se ne innamora perdutamente, e scopre che ella è destinata alla vita monastica. Intanto il fratello della fanciulla, indicato nel libretto con il nome di Lescaut, organizza il rapimento della sorella da parte di Geronte, un ricchissimo cassiere generale. Edmondo origlia il dialogo tra Lescaut e il cassiere e dice tutto a Renato, che a sua volta escogita un piano per portare la donna con sé, sulla carrozza preparata da Geronte. Tra primo e secondo atto è presente un grande spacco nella narrazione: si vede infatti Manon nel palazzo di Geronte a Parigi, intenta a truccarsi tra gioielli di ogni sorta. Come predetto nell’atto precedente da Lescaut, la fanciulla non avrebbe resistito a lungo a fianco dello squattrinato Des Grieux e sarebbe ritornata per vivere nel lusso insieme a Geronte. La passione amorosa, però, freme ancora. Il fratello lo intuisce e le dice che ha consigliato a Renato di tentare la fortuna col gioco d’azzardo. Rimasta sola nella stanza, dopo un pomeriggio all’insegna di madrigali e lezioni di ballo, Manon vede apparire Des Grieux, e la passione di una volta ritorna. Geronte giunge all’improvviso e scopre tutto, ma da galantuomo si limita a denunciare l’accaduto, mettendo in ogni caso nei guai Manon, che viene condannata alla deportazione. La tentata fuga di quest’ultima viene subito frenata dall’arrivo delle guardie. La narrazione procede nell’atto terzo, ambientato nel porto di Le Havre, dove delle prostitute sono rinchiuse in attesa del loro trasporto oltreoceano. Nel frattempo Lescaut e Des Grieux studiano per Manon un piano d’evasione, che però fallisce all’ultimo momento. Al cavaliere non resta altro da fare se non implorare il comandante di essere deportato insieme alla donna che ama. Egli è commosso e acconsente alla richiesta: nel quarto e ultimo atto lo sfondo è uno solo, quello del deserto della Louisiana, e i due amanti si ritrovano nella più completa solitudine. Des Grieux vaga da solo in cerca di aiuto, ma tornato a mani vuote, è costretto a soccorrere Manon, che ormai sfinita esala l’ultimo respiro tra le sue braccia.

Con quest’opera Giacomo Puccini sfoggiò le sue qualità di compositore e uomo di teatro, uscendo definitivamente dalla età giovanile degli esperimenti. Osservando attentamente lo spartito, si può notare una sofisticata tecnica di elaborazione del materiale tematico3 e l’ispirazione che domina le idee melodiche. Inoltre, ciò che riuscì meglio al musicista di Lucca fu sicuramente una rivisitazione accurata e personale del modello wagneriano del dramma in musica, che ormai imperava nell’Italia di fine secolo come punto di riferimento per gli operisti. In Manon Lescaut, infatti, le parti sinfoniche sono strettamente correlate alle esigenze dell’azione drammatica: vi è una grande evoluzione rispetto al genere “sinfonico descrittivo” che caratterizzava i brani affidati alla sola orchestra ne Le Villi. La lezione di Wagner è ancora più evidente nella coesione motivica dell’opera: la tecnica del Leitmotiv4 è studiata e applicata in modo magistrale, e contemporaneamente fusa alla tradizione dell’opera italiana, che faceva perno sulla cantabilità della melodia. L’esempio più lampante nella trattazione dei temi riguarda ovviamente Manon, che già dal punto di vista della trama dimostra una personalità particolare, in continua oscillazione tra il vizio e la virtù, tra la vita agiata e lussuosa e la passione amorosa autentica. Il tema di Manon compare per la prima volta nel momento in cui ad Amiens giunge la carrozza tra la folla degli studenti:

Da questa semplice cellula Puccini prese spunto per numerosi punti cruciali dell’intera opera. Ad esempio, durante l’innamoramento di Des Grieux il materiale di Manon viene fuso con quello proprio del cavaliere, e in risposta la donna esordisce con il suo tema originale:

Le sole prime due note del tema, in seguito, furono intelligentemente utilizzate dall’autore per comunicare il presagio della imminente tragica fine di Manon:

Infine, nel quarto atto, il motivo viene variato in chiave cromatica per enfatizzare la disperazione che porterà poi alla morte Manon:

Anche solo grazie alla presa in esame dell’elaborazione di questo semplice motivo si può intuire l’attenzione al dettaglio che si cela dietro la composizione di quest’opera, e non colpisce di certo la sicurezza con cui Puccini e la sua schiera di librettisti si presentarono alla première al Teatro Regio di Torino l’1 febbraio 1893, convinti di un successo assicurato. In effetti, l’accoglienza del pubblico fu trionfale, e tutti i critici furono d’accordo nel giudicarla un capolavoro, con il quale si può dire che il compositore lucchese sia entrato ufficialmente nella cerchia dei maggiori operisti europei, e si sia affermato all’unanimità come il vero erede di Giuseppe Verdi. Nelle prime settimane di febbraio si verificò infatti una sorta di passaggio di consegne: otto giorni dopo il successo di Manon, al Teatro alla Scala Falstaff segna gloriosamente la fine della lunghissima carriera del maestro di Busseto.

L’audacia con cui Puccini presentò la sua Manon Lescaut a soli nove anni dalla Manon di Jules Massenet, inoltre, è ancora una volta indicativa della sua sicurezza e della sua maturità: egli non si fece remore nell’affermare che se Massenet la concepì alla francese, «con la cipria e i minuetti», lui la sentì invece «all’italiana, con passione disperata».
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1 Con atto unico si intende un’opera lirica costituita da un solo atto. In genere è di durata minore rispetto ai classici melodrammi suddivisi in più atti
2 Da una lettera di Domenico Oliva a Puccini datata 19 ottobre 1890
3 Con il termine tema si indica una frase musicale, ovvero una melodia. Spesso è utilizzato anche il termine motivo con lo stesso significato
4 Il Leitmotiv (in tedesco “motivo conduttore”) è una melodia che ricorre più volte nel corso di un brano musicale poiché strettamente legata a un personaggio, a una situazione, a un sentimento o a un’idea; è per questo usato in larga scala nell’opera e nel poema sinfonico
Bibliografia:
- Puccini, V. Bernardoni; Il Saggiatore
- Giacomo Puccini, L’arte internazionale di un musicista italiano, M. Girardi; Marsilio
- Grandi operisti italiani, sezione su Giacomo Puccini a cura di G. Marchesi; Periodici San Paolo s.r.l.



