Il dramma interiore di una madre
Questo articolo fa parte della rubrica PUCCINI100, scopri di più
Nel cuore del Trittico, in posizione centrale, vi è la placida rappresentazione di uno squarcio di vita claustrale, quello della Suor Angelica. Questo atto unico, posto tra gli estremi della cupa desolazione umana e sociale de Il tabarro e la pungente comicità del Gianni Schicchi, arricchisce dunque di molto la varietà del genere drammaturgico del Trittico, che in fondo è la vera aspirazione di questo progetto teatrale.

A individuare i soggetti da giustapporre alla tragedia de Il tabarro fu, tra il 1916 e il 1917 (quindi ben quattro anni e mezzo dopo la scelta definitiva del primo dei tre numeri), Giovacchino Forzano, una delle figure più intraprendenti del teatro e della letteratura italiana di quel periodo. Egli ricavò Suor Angelica da un vecchio suo abbozzo di un dramma ambientato in un convento femminile e Gianni Schicchi dalla curiosa vicenda riguardante una ricca famiglia duecentesca di Firenze che Dante Alighieri citò nel XXX canto dell’Inferno. Gli argomenti e i libretti proposti piacquero subito a Puccini che, senza trovare quasi niente da criticare sui versi, iniziò a comporre subito la musica. La gestazione musicale di Suor Angelica è davvero interessante, poiché strettamente connessa alla sfera della vita privata di Giacomo: suor Giulia Enrichetta, una delle sorelle a cui il compositore era più affezionato, quando venne a sapere che il fratello avrebbe dovuto comporre un’opera ambientata in un convento, lo invitò a scrivere la musica tra le mura del monastero di Vicopelago, di cui ella stessa era badessa. Non ci si deve meravigliare, dunque, se nella rappresentazione dell’opera la caratteristica ambientazione claustrale è resa con il realismo di un perfezionista attento ai minimi dettagli (i vari momenti tipici di una giornata di una suora di clausura, le particolari preghiere, i nomi precisi dei fiori utilizzati per le diverse pozioni). L’atto unico1 di Suor Angelica è ambientato interamente in un monastero del XVII secolo. Nell’introduzione viene messa in luce la condotta di vita delle sorelle di clausura, fatta di privazioni e umiliazioni: la sorella zelatrice punisce due suore giunte in ritardo alla funzione, mentre suor Osmina è rimproverata di aver tenuto nelle maniche due rose. In un ambiente così ingenuo come quello del convento, c’è spazio anche per la meraviglia che la giovane suor Genovieffa dimostra nel notare che un raggio di sole stia illuminando l’acqua della fonte. Ella invita le consorelle a portare con un secchiello un po’ di quell’acqua alla tomba di una suora morta ormai un anno prima, certa che il gesto sarebbe stato di suo gradimento. L’unica ad opporsi è proprio Suor Angelica, ricordando alle sorelle che i morti non hanno desideri, poiché nella morte essi hanno finalmente trovato la pace. In un momento successivo, infatti, quando alcune suore confidano alle altre i propri desideri, comincia un chiacchiericcio su quale possa essere quello che Angelica tiene nascosto. Quest’ultima dice di non averne alcuno, ma tutte sanno che sta mentendo: la povera sorella, infatti, spera che prima o poi qualcuno della sua nobile famiglia le venga a dar notizie del suo figlioletto che, strappatole alla nascita, non vede più da sette lunghi anni. Il bimbo venne alla luce da una sua relazione non matrimoniale, a causa della quale Angelica fu costretta dalla famiglia a espiare le colpe in un convento. Le suore ritornano alle loro faccende ognuna per conto suo, fino a quando una di esse non nota una ricca ed elegante carrozza fuori dal monastero. È venuto finalmente qualcuno a far visita ad Angelica: si tratta della vecchia zia principessa, che nell’atteggiamento più freddo e distaccato possibile comunica alla nipote di essere giunta solamente per farle firmare delle carte. Alla zia interessa infatti che Angelica rinunci legalmente alla parte di eredità che le spetterebbe. La povera suora le chiede almeno un briciolo di clemenza, ma ella non fa altro che ricordarle il disonore di cui macchiò lo stemma di famiglia. Il tormento interiore di Angelica sfocia dunque in una rabbiosa richiesta: a lei, infatti, importa solo sapere dov’è suo figlio («Parlatemi di lui»). Il congedo della vecchia parente consiste praticamente nella rivelazione della morte del piccolo bimbo, «colpito da fiero morbo», su cui ben poco si potè fare per salvarlo. Nell’unica aria dell’opera, «Senza mamma, o bimbo, tu sei morto!», la protagonista dà sfogo alla sua atroce disperazione. Da questo momento in poi, il personaggio di Angelica si trasfigura e sembra smarrire la ragione: convinta di rivedere il suo piccolo nel regno dei cieli, si prepara un intruglio di erbe velenose per darsi la morte, senza rendersi conto che, così facendo, commetterebbe un peccato mortale. Poco prima di spirare, però, ecco che le appare miracolosamente in visione la Vergine che, in segno di perdono, le porge il bimbo tanto amato.

Anche questo pannello del Trittico non supera i sessanta minuti di durata e anche in questo caso, dunque, è interessante notare come i personaggi principali siano stati curati per far emergere i loro caratteri psicologici in un tempo ridotto: la zia principessa compare per soli dodici minuti, ma il suo animo impietoso è reso magistralmente attraverso le poche ma dolorose battute a lei affidate, il trattamento della voce grave da contralto (l’unico in tutto il repertorio operistico pucciniano) e persino attraverso le attitudini e i gesti, descritti da Forzano nel libretto al momento della sua comparsa (“severamente composta in un naturale atteggiamento di grande dignità aristocratica”, “getta per un attimo lo sguardo sulla nipote, freddamente e senza tradire nessuna emozione”,” Suor Angelica […] non ha mai tolto lo sguardo dal volto della zia […]. La vecchia invece ostentatamente guarda avanti a sé”). L’entrata in scena della zia è il momento più tensivo di tutto il dramma, quello che divide in due parti distinte la storia e così anche la vita di Angelica. Forzano e Puccini organizzarono il libretto in sette capitoli titolati, detti anche “stazioni”, quasi a rappresentare una sorta di Via Crucis della protagonista. La prima di esse, La preghiera, funge da introduzione, mentre le altre sei sono implicitamente connesse a due a due. La seconda, dal nome Le punizioni si rispecchia narrativamente nella quinta, quella de La zia principessa: il rimprovero iniziale delle sorelle arrivate in ritardo è enormemente amplificato nella ben più grave punizione che la zia infligge ad Angelica: il diseredamento. Gli ingenui discorsi sui desideri nostalgici delle suore espressi nella stazione de La ricreazione (la terza), si riflettono nello struggimento di Angelica del desiderio di riavere il proprio bimbo con lei (sesta stazione, La grazia). Infine, a fare il paio con la scena in cui Angelica prepara un medicamento per una sorella punta dalle vespe (stazione n. 4, Il ritorno dalla cerca), nella settima e ultima stazione, dal nome de Il miracolo, ecco che Angelica si prepara un veleno per darsi la morte. Da questo impianto narrativo risulta chiaro come la scena della zia principessa faccia da fulcro in tutta la vicenda, poiché da una placida dimensione generale di suore che lavorano in un convento, ci si sposta sul grande tormento personale di Angelica. Se tutto il dramma si svolge generalmente in un monastero, il luogo del parlatorio risulta di importanza cruciale, poiché rappresenta lo spazio ancora più circoscritto in cui avviene la punizione più severa di tutte.

Oltre ad essere la prima opera di Puccini con una voce di contralto, Suor Angelica è particolare anche per essere una delle poche opere mai scritte ad avere un cast formato interamente da voci femminili, con la tessitura del mezzosoprano affidato alle suore più anziane e quella di soprano per le più giovani. Come sempre accade nel teatro di Puccini, la musica si affianca allo svolgimento della vicenda con un ruolo di primaria importanza: i motivi ricorrenti che occupano la prima parte del dramma, quella in cui Angelica non è ancora al centro della questione, vengono poi completamente trasformati, nel carattere e nel timbro, nelle ultime stazioni, dove l’apparizione ultraterrena è messa in musica attraverso timbri orchestrali scintillanti (glockenspiel2 e celesta3 colorano la tessitura acuta degli archi4). Con questa idea di trasfigurazione della suora suicida si chiude quindi il delicatissimo capolavoro poetico e musicale, al quale lo stesso Puccini si dimostrò sempre particolarmente affezionato.
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1 Con atto unico si intende un’opera lirica costituita da un solo atto. In genere è di durata minore rispetto ai classici melodrammi suddivisi in più atti
2 Il glockenspiel è uno strumento a percussione simile allo xilofono, ma che, a differenza di quest’ultimo, produce il suono tramite lamelle di metallo, invece che di legno, percosse da bacchette
3 La celesta è uno strumento a tastiera che produce il suono tramite lamelle di metallo percosse da martelletti
4 Famiglia di strumenti in cui il suono viene ricavato grazie allo sfregamento di corde. Questo si ottiene grazie a dei crini di cavallo tesi tra gli estremi di un arco in legno. Ne fanno parte violini, viole, violoncelli e contrabbassi
Bibliografia:
- Puccini, V. Bernardoni; Il Saggiatore
- Giacomo Puccini, L’arte internazionale di un musicista italiano, M. Girardi; Marsilio
- Grandi operisti italiani, sezione su Giacomo Puccini a cura di G. Marchesi; Periodici San Paolo s.r.l.



