La commedia di Puccini
Questo articolo fa parte della rubrica PUCCINI100, scopri di più
Il penultimo appuntamento di questa nostra rubrica affronta, a completamento dei numeri riguardanti il Trittico, quella che di fatto fu l’ultima opera portata a termine da Giacomo Puccini: Gianni Schicchi, terzo e ultimo atto unico dopo quelli de Il tabarro e Suor Angelica.

Se negli anni del primo conflitto mondiale il personaggio pubblico Puccini dovette tenere conto di parecchi grattacapi politici (menzionati nel numero de Il tabarro), la vita privata e professionale del maestro di Lucca furono impreziosite da numerose nuove conoscenze. Una di queste non mette di certo in buona luce la sua fedeltà in ambito matrimoniale, ma del resto non è la prima volta che affrontiamo tale discorso in questa rubrica. La povera Elvira Bonturi, di fatto moglie di Giacomo, scoprì per sbaglio l’ennesima tresca di suo marito con la tedesca Josephine von Stengel, una baronessa residente a Lugano che però soleva trascorrere le vacanze a Viareggio. I ripetuti viaggi del compositore tra toscana e Svizzera, in pieno conflitto mondiale, insospettirono i servizi segreti italiani, che giunsero addirittura ad accusarlo di spionaggio internazionale e a rimuovergli il visto necessario per l’ingresso nel territorio elvetico. Dal punto di vista artistico, però, i rapporti intrecciati furono prolifici: oltre alle fortunate collaborazioni con Giuseppe Adami e Giovacchino Forzano di cui parleremo tra poco, interessante fu l’amicizia stretta sul finire del 1917 con la pittrice veneziana Lina Rosso che, sotto consiglio di Giacomo, aprì un suo studio privato nella villa di Torre del Lago. Degna di considerazione è inoltre la sua partecipazione a un particolare progetto teatrale del primo dopoguerra: la costruzione di un nuovo teatro all’aperto nella località di Forte dei Marmi adibito alla rappresentazione di drammi classici e contemporanei. L’idea fu dello scrittore Enrico Pea (personaggio esuberante indirizzato alla poesia da Giuseppe Ungaretti) che, insieme all’attore Gustavo Salvini e allo stesso Puccini, ricoprì il ruolo di direttore artistico. Dopo la rappresentazione di svariati lavori, dall’Antigone di Sofocle a La figlia di Iorio di D’Annunzio, l’attività del Teatro di Bosco Apuano cessò entro i due anni dall’inaugurazione. In ogni caso, il fatto che Puccini prese parte con tale convinzione a un progetto così originale (l’idea precorse infatti di qualche anno l’abitudine successiva di rappresentare tragedie e commedie antiche nei teatri greci e romani d’Italia) fa capire quanto gli stessero a cuore l’innovazione e il progresso artistico. Nella sua lettera scritta in commemorazione di Claude Debussy, morto il 25 marzo 1918, con incredibile audacia il compositore italiano arrivò persino a dispiacersi di come un musicista così rivoluzionario come Debussy si sia inaspettatamente arrestato nel suo procedimento di modernizzazione, ricorrendo invece ai medesimi procedimenti compositivi che secondo Puccini erano da considerarsi ormai di maniera.1 In quanto ad aggiornamento stilistico ma anche e soprattutto a ringiovanimento della propria schiera di collaboratori, d’altra parte, Giacomo fu particolarmente accorto. Di questo ne è testimonianza la notevole differenza di età tra un Puccini ormai sessantenne e il quarantenne Adami o il trentacinquenne Forzano. Quest’ultimo, lo ricordiamo, inserito nel progetto del Trittico alla fine del 1916, oltre a consigliare al musicista il soggetto di Suor Angelica, propose anche il noto episodio medievale di Gianni Schicchi: personaggio storico vissuto sul finire del Duecento a Firenze, posto da Dante Alighieri nella bolgia dei falsari del XXX canto dell’Inferno.2 Forzano trascrisse liberamente il libretto3 dalla Commedia, aiutandosi con i dettagli del caso forniti da un testo di commento di un anonimo fiorentino del Trecento.

L’atto unico4 è ambientato nel 1299, in una casa di Firenze in cui è appena spirato Buoso Donati, un ricco mercante. Attorno al suo capezzale si raccolgono i parenti che, apparentemente afflitti dal lutto, dimostrano in realtà solo grande preoccupazione per il contenuto del testamento. Corre infatti voce che Buoso abbia lasciato tutti i suoi beni ai frati di Santa Reparata, senza riservare nulla ai familiari. Il nipote Rinuccio trova per primo il testamento e apprende che i sospetti erano fondati. In cerca di un rimedio, egli propone alla famiglia di ricorrere all’astuzia di Gianni Schicchi, padre della fidanzata Lauretta e quindi suo futuro suocero, che sicuramente riuscirà ad escogitare un piano per aiutarli. Zita, detta La Vecchia, che ripudia un qualsiasi legame tra la casata dei Donati e la gente del contado come gli Schicchi, non fa in tempo ad opporsi che Gianni sta già bussando alla porta, chiamato in anticipo da Rinuccio. Dapprima maldisposto davanti all’atteggiamento ostile della famiglia, si convince poi ad escogitare un piano in loro soccorso per amor di sua figlia Lauretta, che lo supplica arrivando a parlare di buttarsi in Arno se non potrà sposare il suo amato. Lo Schicchi, dopo una pausa di riflessione, fa quindi portare via il cadavere, ma prima che riesca a spiegare agli altri il piano ideato, giunge inaspettatamente il medico, Maestro Spinelloccio. Il padre di Lauretta si trova quindi costretto ad impersonare Buoso Donati, imitandone la voce, e chiede al dottore di ripassare più tardi. Ecco che il piano viene rivelato: sapendo che nessuno oltre ai parenti ancora è a conoscenza della morte di Buoso, Gianni Schicchi si travestirà prendendo il posto del morto nel letto, in modo da poter dettare al notaio un nuovo testamento. Subito i parenti tentano di ingraziarselo e corromperlo promettendogli ricche ricompense; Gianni si preoccupa invece di avvertire tutti: se la truffa verrà scoperta, la pena prevista dalla legge consiste nell’esilio e nel taglio della mano, anche per i complici. In un clamoroso colpo di scena il finto Buoso intesta al suo «caro devoto affezionato amico Gianni Schicchi» tutti i possedimenti più ambiti, lasciando i parenti attoniti e incapaci di ribellarsi, non potendo svelare il loro ruolo partecipe nella gabola. La famiglia Donati viene quindi cacciata dalla casa, diventata ormai di proprietà di Gianni. Quest’ultimo, volgendo uno sguardo quasi commosso a Rinuccio e Lauretta che si abbracciano davanti a Firenze, si appella dunque direttamente al pubblico, chiedendogli “l’attenuante”.

Oltre ad essere effettivamente l’ultimo melodramma portato a termine dal maestro, Gianni Schicchi risulta anche il primo dalla vena umoristica, ricercata da molti anni attraverso una “caccia al tesoro” quasi spasmodica dei più disparati soggetti. La comicità dello Schicchi, però, è colorata da un leggero carattere macabro, dato dalla presenza di un cadavere sulla scena e soprattutto dalla sua gestione durante tutta la vicenda. La burla su cui fa perno tutto l’atto unico è concentrata nel contrasto tra la scaltrezza di Gianni e l’ingenuità della famiglia Donati. In fondo, ciò non è altro che una sintesi di quello che fu il confronto sociale tra la cosiddetta “gente nova”, ossia i forestieri giunti in città, e le antiche casate nobiliari fiorentine sul finire del tredicesimo secolo: l’energia e l’intelligenza dei primi hanno la meglio sulla decadenza degli altri. L’unico ma fondamentale elemento di unione tra le due parti è l’amore, che in questa storia intreccia i destini di Rinuccio, giovane discendente dei Donati, e Lauretta Schicchi, figlia di Gianni. Il lieto fine dell’opera consiste appunto nella realizzazione del desiderio amoroso dei due. Nella scena conclusiva, dopo la cacciata dei parenti che non possiedono più la casa e cercano di saccheggiare il possibile, un simbolico abbraccio dei fidanzati davanti a una Firenze inondata di sole funge da promessa per un futuro migliore e giusto. Lo stesso protagonista, creatore del macabro trucco, si trasforma in osservatore del meraviglioso effetto scaturito e si commuove alla vista dei due giovani. Con un modernissimo discorsetto di congedo rivolto direttamente alla platea, infine, Gianni esce dalla veste di attore e ci invita implicitamente a uno sguardo retrospettivo su tutti e tre gli atti, che potrebbero essere considerati quasi come delle divagazioni su solitudine, desideri e debolezze dell’uomo di inizio Novecento. Tornando a noi, nel Gianni Schicchi Puccini organizzò le voci in modo sicuramente efficace, contrapponendo alla figura del protagonista e dei pochi personaggi principali che gli ruotano attorno (principalmente Rinuccio e Lauretta) l’intera schiera dei parenti raggruppata in un insieme omogeneo. Quest’ultimo, potenzialmente gestibile come elemento corale di massa, è infatti privo di un vero e proprio leader, e durante lo svolgimento della vicenda si muove prevalentemente in un tutt’uno, solo e soltanto in cerca di un rimedio per modificare l’odiato testamento. Questo tipo di disposizione vocale permise dunque al musicista di concepire la trama come un susseguirsi di scene in concertato5 intervallate da sporadici inserti solistici. Come abbiamo notato nei due numeri precedenti, la musica nel Trittico è da considerarsi come puro elemento drammatico, in un insieme inscindibile con la parola e con la scena. Ecco che allora nell’Allegro iniziale vengono racchiusi immediatamente diversi elementi fondamentali: la grettezza e l’untuosità dei parenti attorno al capezzale è resa da un motivetto6 ostinato basato su cinque note in tutto, mentre un guizzo di ottavino, flauto e clarinetto si sovrappone in contrasto, connotando in anticipo la brillante astuzia del protagonista. Un terzo elemento, quello del ritmo anapestico7 del tamburo, chiude la scena iniziale, ricordando al pubblico che in fondo tutta la trama si svolge attorno a un morto. Puccini si servì particolarmente del motivo dei parenti, riproposto lungo tutto l’atto sotto forma di scomposizioni ed elaborazioni.

Per questo ultimo articolo sul Trittico occorre, a nostro avviso, dare uno sguardo unitario sull’intero ciclo, andando a scovare al suo interno, oltre che una prima ed evidente contrapposizione di soggetti, gli elementi di intersezione tra i diversi pannelli. Il primo di essi consiste nelle tre diversissime declinazioni del concetto della morte: se ne Il tabarro essa grava su tutti come il rimedio di ogni male in una condizione miserabile, in Suor Angelica costituisce invece l’unica possibilità che si offre per sfuggire alla repressione dei sentimenti personali, mentre infine nel Gianni Schicchi funge solo da pretesto per mettere a nudo l’ipocrisia dell’essere umano. Un secondo elemento di unità tra gli atti riguarda particolarmente gli aspetti visivi dello spettacolo, poiché in tutte e tre le messe in scena la dinamica spaziale gioca un ruolo fondamentale dal punto di vista narrativo. Lo spettatore del Trittico è infatti posto di fronte a tre scene diverse, delimitate tutte in un ambiente circoscritto oltre al quale è possibile però intravedere uno spazio esterno che proietta sulla scena una dimensione simbolica. Il profilo della città di Parigi all’orizzonte, sullo sfondo de Il tabarro, rappresenta proprio quella realtà scenica al di fuori del luogo dove invece la vicenda si svolge (ovvero il barcone ancorato nella Senna in primo piano). Con questa impostazione scenica, Puccini e Forzano rimarcarono con efficacia la separazione dei personaggi dalla sfera cittadina, da cui ogni tanto si odono i lontani e inafferrabili sprazzi dello svago e del piacere mondano. Allo stesso modo, il monastero in Suor Angelica è un luogo indubbiamente chiuso, delimitato sul fondo della scena da una facciata di una chiesa, oltre la quale lo spettatore si immagina, insieme alla protagonista, tutto ciò che è stato perduto: l’onore della famiglia e il piccolo bambino. In Gianni Schicchi, infine, oltre l’ampia finestra posta in fondo alla camera da letto (che circoscrive anche in questo caso l’intera vicenda) si estende la città di Firenze: luogo meraviglioso da contemplare per gli innamorati e insieme zona di pericoli da evitare per i parenti di Buoso. Ad ogni modo, nel panorama del teatro d’opera italiano del Novecento, in quanto ad attenzione degli aspetti visivi della rappresentazione Giacomo Puccini non aveva di certo corrispettivi paragonabili e c’è da rammaricarsi parecchio se il pubblico di allora non recepì completamente il valore artistico di un progetto teatrale così moderno. L’immediata disparità di successo tra l’entusiasmante commedia finale e i due numeri precedenti, infatti, comportò nel giro di pochi anni alla nascita della scorretta abitudine di rappresentare il Gianni Schicchi separatamente, continuando così sino ai nostri giorni a non rispettare le originali intenzioni dell’autore. Con i tre numeri ad esso dedicati, dunque, la nostra rivista si preoccupa di far rivivere la figura del Puccini uomo ma soprattutto del Puccini artista, cercando di esaminare e rispettare le sue precise volontà e tentando anche di sensibilizzare il pubblico odierno sui caratteri più affascinanti e innovativi della sua meravigliosa visione teatrale.
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1 «I suoi procedimenti armonici, che alla loro prima apparizione sembravano tanto sorprendenti e così pieni di bellezze nuove, pian piano nel corso del tempo lo divennero sempre meno, finché non sorpresero più nessuno. Anche agli occhi dello stesso compositore finirono col rappresentare un ristretto campo di sperimentazione […]. Come fervente ammiratore di Debussy, aspettavo con ansia di vedere come egli stesso si sarebbe proposto di ribellarsi al debussismo.», lettera pubblicata dal Giornale d’Italia il 5 aprile 1918
2 «E l’Aretin che rimase, tremando / mi disse: “Quel folletto è Gianni Schicchi, / e va rabbioso altrui così conciando”. […] Questa a peccar con esso così venne, / falsificando sé in altrui forma, / […] // per guadagnar la donna de la torma, / falsificare in sé Buoso Donati, / testando e dando al testamento norma”», Inferno, XXX, vv. 31-32, 41-42, 44-46
3 Con il termine libretto si intende il testo poetico utilizzato per la composizione di un’opera lirica
4 Con atto unico si intende un’opera lirica costituita da un solo atto. In genere è di durata minore rispetto ai classici melodrammi suddivisi in più atti
5 Con il termine concertato si intende, in ambito operistico, il tipico brano caratterizzato dalla presenza in scena di molti personaggi e del coro. Spesso capita che più personaggi cantino contemporaneamente, spesso dando vita a una coesistenza di stati d’animo indipendenti l’uno dall’altro
6 Con il termine tema si indica una frase musicale, ovvero una melodia. Spesso è utilizzato anche il termine motivo con significato simile
7 Ritmo ottenuto dalla reiterazione di uno schema ternario formato da due movimenti brevi e uno lungo. Il ritmo anapestico è stato spesso utilizzato come simbolo della morte in musica
Bibliografia:
- Puccini, V. Bernardoni; Il Saggiatore
- Giacomo Puccini, L’arte internazionale di un musicista italiano, M. Girardi; Marsilio
- Grandi operisti italiani, sezione su Giacomo Puccini a cura di G. Marchesi; Periodici San Paolo s.r.l.



